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La retorica anti-gender può essere uno strumento politico per legittimare una deriva autoritaria?

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Negli ultimi anni, il dibattito pubblico è stato attraversato da accese discussioni intorno alla cosiddetta ideologia gender. Il gender è stato rappresentato in modi molto diversi e spesso incoerenti, generando confusione intorno al tema. In alcuni casi è stato definito come un’imposizione delle élite capitaliste, in altri come un’ideologia di stampo marxista e in altri ancora, è stato accusato di voler “convertire” le giovani generazioni all’omosessualità, di promuovere la pedofilia e di voler distruggere la famiglia tradizionale. Sebbene possano sembrare molto diverse fra loro, queste varie interpretazioni sono accomunate dalla rappresentazione del gender come grave minaccia per la sopravvivenza dell’intera società.

Numerose forze politiche si sono opposte all’ideologia gender, presentandosi come difensori dei valori tradizionali. Attraverso l’utilizzo di tale narrazione, esse sono riuscite a guadagnare un ampio consenso elettorale, fino a diventare, in diversi Paesi, la principale forza politica. Tali gruppi conservatori promuovono provvedimenti legislativi reazionari volti al progressivo accentramento dei poteri, alla riduzione e alla limitazione dei diritti fondamentali e delle libertà individuali. La presunta necessità di difendere dalla minaccia rappresentata dal gender diventa, dunque, uno strumento di legittimazione di una pericolosa svolta in senso autoritario dei governi statali. Ad esempio, con questo pretesto sono stati definanziati o totalmente chiusi interi dipartimenti accademici dedicati ai gender studies. Parallelamente, il diritto all’aborto è stato oggetto di numerosi attacchi, sia in forma diretta con effettivi divieti, sia in forma indiretta attraverso misure che ne ostacolano l’applicazione.

L’obiettivo di questo articolo è analizzare la retorica anti-gender, per comprenderne la natura e dimostrare come possa fungere da strumento di legittimazione di politiche reazionarie. In particolare, mi sono basata sul testo Chi ha paura del Gender?, pubblicato nel 2024 dalla filosofa statunitense Judith Butler.

Negli ultimi anni il tema del gender ha acquisito un ruolo centrale nel dibattito politico e nella discussione pubblica. Molto spesso, leader politici o figure di rilievo internazionale esprimono preoccupazione per la portata dell’ideologia gender. Tuttavia, le narrazioni in merito sono fortemente eterogenee e, non di rado, in aperto contrasto l’una con l’altra. Ad esempio, in alcuni casi il gender è definito come un’imposizione culturale voluta da lobby capitaliste, in altri casi invece, è il ritorno del comunismo sotto mentite spoglie. In alcune narrazioni è un dogma che sfida le leggi scientifiche, in altre è un’opposizione alla religione cristiana. Ma cos’è realmente il gender?

Non esiste una definizione univoca e condivisa di genere, un approccio teorico dominante che ne esaurisca la complessità. In ambito accademico, in particolare all’interno dei gender studies, il concetto di genere ha dato vita ad un ampio dibattito che, nel corso del tempo, ha prodotto interpretazioni eterogenee. Lo studio del genere avviene grazie alle ricerche dello psicologo John Money e dello psichiatra e psicanalista Robert Stroller. Money è stato tra i primi a sostenere che ci fosse una netta differenza fra il sesso e il genere, dove il sesso è inteso come dato biologico (uomo o donna), mentre il genere è inteso come culturale e convenzionale (maschile e femminile).

Money era convinto che ci dovesse essere una necessaria conformità tra i due e che fosse necessario intervenire con operazioni chirurgiche per aggiustare e correggere ogni eventuale forma di distorsione. Le studiose femministe attive negli anni Settanta hanno ripreso il concetto di genere proposto da Money e Stroller, distaccandosi però dall’idea della necessaria conformità del sesso al genere. Al contrario, esse hanno messo in evidenza la necessità di mettere in discussione le norme di genere, in quanto erano queste a determinare la condizione di subalternità delle donne all’interno della società patriarcale.

Un importante contributo agli studi sul genere viene dato negli anni Novanta dalla filosofa statunitense Judith Butler, di cui spicca l’opera Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity (1990). Butler propone la nozione di performatività del genere, secondo la quale il genere non è una caratteristica innata e stabile dell’individuo, bensì un effetto ottenuto attraverso la riproduzione di norme sociali e identità sessuali considerate “normali”. Tuttavia, l’essere umano non riesce mai a incarnare appieno la norma, l’identità che la società gli assegna, e ognuno sviluppa un modo particolare di vivere la propria identità di genere.

Ma come ha fatto il genere, da semplice ambito di ricerca accademico, a trasformarsi nel gender, una minaccia di livello globale in grado di generare un movimento anti-gender diffuso e influente su scala internazionale?

A questa complessa questione cerca di rispondere Judith Butler nel suo ultimo libro, Chi ha paura del Gender?, indagando i motivi che hanno portato all’emergere e alla diffusione dei movimenti anti-gender. L’autrice afferma che “il gender è diventato un fantasma dotato di poteri distruttivi, in grado di catalizzare e intensificare molteplici forme di panico sociale”. In un contesto globale caratterizzato da una profonda instabilità – dovuta alla crisi climatica, alle guerre, alle crescenti disuguaglianze economiche, alla precarizzazione delle condizioni di vita – si sviluppa un forte senso di minaccia imminente.

Tuttavia, tali ansie collettive, anziché essere affrontate alla radice, vengono strumentalizzate da forze politiche reazionarie e conservatrici, che le alimentano, le spostano e le condensano in bersagli specifici. In questo scenario, la costruzione del gender come minaccia per la società è un ottimo strumento per ottenere consensi. La sua demonizzazione consente di legittimare, agli occhi dei cittadini, l’aumento e il rafforzamento dei poteri securitari dello Stato, in nome della difesa dell’ordine e dei valori della famiglia tradizionale.

In altre parole, la costruzione di “fantasmi” o “mostri” sociali svolge la funzione di facilitare e giustificare derive autoritarie, presentate come indispensabili per far fronte ad una forza capace di distruggere la nazione. L’utilizzo della paura come strumento politico non è certo una novità: anzi, è una pratica ben documentata nella storia. È interessante notare che il periodo storico in cui vengono create narrazioni allarmistiche è rilevante: la creazione di “panici morali”, come quelli intorno all’ideologia gender, non avviene per caso. L’attuale epoca storica, in tal senso, risulta particolarmente adatta alla diffusione di “fantasmi sociali”, dati i forti turbamenti che l’attraversano.

Butler intende il fantasma del gender come “fenomeno psicosociale”, come un “sito di condensazione di paure e ansie socialmente organizzate al fine di incitare specifiche passioni politiche”. Per analizzare il fenomeno si avvale della psicoanalisi, in particolare della teoria della fantasia dello psicanalista francese Jean Laplanche. Lo studio di Laplanche era incentrato sull’infanzia e la costruzione di una fantasia originaria, ma la sua teoria può essere utile per comprendere la costruzione del fantasma. Laplanche sostiene che la fantasia sia l’organizzazione dei desideri e delle angosce prodotte dalla società. In altri termini, la dimensione della fantasia non deriva solo dall’immaginazione dell’individuo, dalla sua parte più intima. I desideri e le paure dell’individuo sono influenzati dalle strutture sociali e relazionali in cui si trova ad agire. Il movimento anti-gender è mosso dalla volontà di ricostruire un passato idilliaco, basato su un ordine patriarcale. In questo ordine la famiglia è guidata dalla figura del Padre mentre le donne sono relegate a posizioni secondarie di accudimento; l’unico amore possibile è quello eterosessuale e non c’è possibilità di riconoscersi in un genere diverso da quello assegnato alla nascita. Tuttavia, come sostiene Butler, questo passato che il movimento anti-gender intende ristabilire non è mai veramente esistito in quelle modalità. Ne deriva che è possibile intendere il gender come “fantasma psicosociale”, poiché ciò a cui aspirano è un sogno, un desiderio che si trasforma in una fantasia collettiva. 

In particolare, Butler riprende e applica al contesto politico-sociale i concetti di condensazione e spostamento. La condensazione consiste nel raggruppamento e collegamento di diverse ansie e paure sociali in un unico oggetto simbolico, in modo da alimentarne la forza distruttiva. Lo spostamento, invece, è relativo al trasferimento di paure da fenomeni reali ai suddetti fantasmi e ha l’obiettivo di distrarre i cittadini dalle reali cause di distruzione. In questo modo l’attenzione viene indirizzata su altre questioni, come appunto il gender, che diventano il bersaglio della retorica politica. 

Tale meccanismo risulta efficace per distogliere l’attenzione dalle cause strutturali della crisi, proponendo spiegazioni e soluzioni semplicistiche ai problemi, alle incertezze e alle insicurezze del presente. Le forze politiche che si propongono di ripristinare l’ordine acquisiscono consensi, promettendo di lottare contro queste presunte minacce. Per raggiungere questo obiettivo giustificano l’espansione dei poteri statali, il rafforzamento delle forze armate e misure restrittive della libertà dei cittadini. Questo processo conduce, dunque, a una deriva autoritaria che avviene in modo apparentemente legittimo, persino con l’appoggio di parte della popolazione, spesso senza che essa sia realmente consapevole di tale trasformazione. Il sogno di restaurare l’ordine patriarcale e la promessa di proteggere i cittadini dalle forze distruttive si traducono concretamente in politiche di natura regressiva, volte all’abrogazione di diritti ottenuti attraverso le complesse e lunghe lotte sostenute dai gruppi marginalizzati. Il discorso anti-gender si scaglia contro le minoranze – sessuali, di genere ed etniche -, che da sempre hanno vissuto in una condizione di inferiorità sociale e rivendicano il diritto a una vita vivibile.

Nei paesi in cui le forze conservatrici promotrici del discorso anti-gender hanno raggiunto il potere sono stati attuati provvedimenti reazionari, che rappresentano un enorme arretramento sul piano dei diritti civili. Tra questi figurano provvedimenti contro il diritto all’aborto, l’opposizione al matrimonio egualitario e all’adozione da parte di persone dello stesso sesso, l’ostacolo del diritto all’autodeterminazione di genere. In nome della protezione dall’ideologia gender si attaccano sistematicamente gruppi minoritari, maggiormente vulnerabili rispetto ad altri, riducendo le loro libertà e i loro diritti fondamentali, “cioè il loro diritto a esistere nei modi che queste persone hanno legittimamente scelto per loro stesse”. Come sottolinea Butler “la distruzione diventa la condizione di possibilità di un ordine sessuale e di genere patriarcale che, paradossalmente, si propone di arginare la “distruttività” del gender”.

Come già accennato, la retorica anti-gender si traduce in politiche concrete di natura reazionaria, volte a limitare i diritti fondamentali. Un ambito fortemente preso di mira è quello dell’istruzione, in particolare quello dei gender studies. Una delle argomentazioni spesso utilizzate dai movimenti anti-gender consiste nella rappresentazione del gender come un’ideologia volta all’indottrinamento delle generazioni più giovani. Il gender si configura come una sorta di pensiero unico, imposto, negando la libertà di espressione e di pensiero.

Tale narrazione si è frequentemente tradotta in attacchi diretti agli studi di genere, manifestandosi attraverso la riduzione dei finanziamenti pubblici, oltre al licenziamento di docenti e ricercatori, e persino alla chiusura di dipartimenti attivi in quell’ambito disciplinare. Tali posizioni si estendono anche nei confronti dell’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole di ogni ordine e grado e contro la pubblicazione di libri che trattano di orientamento sessuale e identità di genere. Ma non solo: questa dinamica interessa anche altri ambiti della ricerca critica, come la Critical Race Theory, anch’essa oggetto di contestazioni e restrizioni legislative.

Ad esempio, nel 2018, il Governo ungherese ha emesso un decreto con cui ha revocato l’accreditamento e il finanziamento dei programmi di Studi di genere, presso le uniche due università ungheresi che offrivano corsi in tale ambito, ovvero l’Eötvös Loránd University e la Central European University (CEU).

Anche in Italia, il governo a guida conservatrice di Giorgia Meloni, ha adottato provvedimenti di carattere censorio in ambito di istruzione. Il 4 giugno 2026 è stato approvato il disegno di legge promosso dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sul consenso informato. Con questa nuova norma viene introdotto l’obbligo del consenso scritto dei genitori per consentire agli studenti di partecipare ad attività didattiche legate all’educazione sessuale. Il consenso deve essere rilasciato almeno sette giorni prima dello svolgimento dell’attività e in assenza di questo, gli studenti non potranno partecipare a quelle specifiche attività.

L’esecutivo ha, inoltre, manifestato la volontà di esercitare un maggiore controllo sulle università. La Commissione per la riforma della governance universitaria ha infatti proposto al Ministero dell’Università e della Ricerca di introdurre, nei Consigli di Amministrazione degli atenei, oltre a due figure nominate dagli enti locali, anche una figura nominata direttamente dal governo. In aggiunta, la Commissione ha suggerito di aumentare il controllo del ministero sulle università imponendo delle linee guida generali vincolanti per l’azione dei rettori. Sebbene, la proposta sia, per ora, soltanto una bozza, qualora divenisse effettiva rappresenterebbe una grave limitazione dell’autonomia universitaria e una seria minaccia alla libertà accademica.

Un altro ambito in cui si possono notare gli effetti di politiche reazionarie legate ad una retorica anti-gender è quello del diritto all’aborto. Un evento emblematico in tal senso è rappresentato dalla sentenza Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization del giugno del 2022, con la quale la Corte Suprema Statunitense ha annullato le precedenti sentenze in tema di aborto: la Roe v. Wade (1973) e la Planned Parenthood of Southeastern Pennsylvania v. Casey (1992).

ùCon la Sentenza Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, la Corte Suprema ha affermato che la Costituzione americana non garantisce il diritto all’aborto e che la questione è rimessa ai singoli Stati. Secondo i dati raccolti da Guttmacher Institute, organizzazione attiva nell’ambito di salute, dei diritti sessuali e riproduttivi negli Stati Uniti, a giugno del 2025 13 Stati hanno adottato il divieto di aborto in tutte le fasi della gravidanza. Altri 28 Stati hanno introdotto dei limiti che vanno dalle 6 settimane alla vitalità del feto fuori dall’utero (stimata intorno alle 24 – 26 settimane).

Negli Stati in cui vige un divieto totale di interruzione di gravidanza, sono generalmente previste eccezioni che consentono l’accesso alle cure quando la gravidanza comporta un pericolo per la salute della donna, oppure in caso di violenza sessuale o di incesto. Tuttavia, nonostante in questi casi l’IVG sia consentita, è molto complicato accedervi, poiché sono previsti requisiti molto stringenti e molte persone ne restano escluse.

In Italia, sebbene la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia dichiarato “non voglio abolire la legge 194, non voglio nemmeno modificarla né limitare questo diritto”, l’effettivo accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è sempre più complesso e ostacolato. L’Italia si sta progressivamente avvicinando al modello ungherese, in cui gli attacchi al diritto all’aborto non si manifestano in forma esplicita e diretta, ma attraverso strategie indirette, ugualmente efficaci nel limitarne l’esercizio.

Ad esempio, nell’aprile del 2024 il Parlamento italiano ha approvato un emendamento alla Legge 194 proposto dal partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia. L’emendamento, inserito nel Decreto PNRR 2024, introduce la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori. Tale misura è stata giustificata dalla volontà di informare le donne sulle diverse misure di sostegno alla maternità disponibili, per ridurre gli aborti dovuti a motivazioni economiche e sociali. La presenza dei gruppi antiabortisti nei consultori rappresenta un ulteriore ostacolo all’effettivo accesso all’IVG, già reso complicato dall’elevata percentuale di medici obiettori.

In conclusione, il discorso anti-gender non deve essere interpretato unicamente come una risposta conservatrice ai mutamenti culturali; rappresenta, piuttosto, uno strumento politico efficace per la produzione del consenso attraverso la paura. La retorica anti-gender non necessita di un’argomentazione coerente, poiché la sua efficacia dipende dalla capacità di attribuire a un oggetto simbolico significati minacciosi. Il processo di costruzione del “fantasma” avviene attraverso la condensazione e lo spostamento di ansie collettive su un bersaglio identificabile. Tale discorso giustifica interventi normativi reazionari e derive autoritarie. Il gender non è, dunque, un argomento marginale nel dibattito pubblico contemporaneo; al contrario, ricopre un ruolo chiave per comprendere le trasformazioni politiche in atto a livello globale.


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