Edited by Alisé Damiani
Oggi faremo un viaggio nel mondo della street artist napoletana Trisha Palma. Facendo della sua passione un mestiere, la trentunenne ha saputo coniugare rappresentazioni di elementi quotidiani con i contesti urbani che la circondano. Riconoscere l’arte, il pennello, come strumenti per il sociale, capaci di dare vita e speranza laddove il bello fatica a insediarsi, le ha permesso di affermarsi nel napoletano come artista del vero. Attraverso i suoi murales, ha deciso di raccontare le persone e i luoghi che vive in prima persona, creando un percorso d’inclusione e rispetto per il soggetto che spicca in un contesto, spesso, di alto degrado. Nell’intervista, Trisha ha spiegato la sua ragione e i suoi soggetti, delineando una scelta artistica ben precisa che sposa i principi della street art, espressione artistica che si concretizza negli spazi pubblici urbani con una forte attenzione al dialogo con la comunità che li abita.
Al di là dell’etichetta di street artist, come si racconterebbe a chi non la conosce?
Sono laureata in scenografia per il teatro all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, quindi nasco come scenografa, ma ultimamente mi sto concentrando sul muralismo. Prima di tutto però mi piace definirmi un’artista, anche se secondo me è la cosa più difficile da accettare, talvolta non posso fare a meno di pensare che una persona debba essere piena di sé per potersi definire tale. Ricordo che tempo fa avevo addirittura problemi ad affermare «sono un’artista», perché credo che affermarlo sia veramente una grande responsabilità.
Lei sceglie di intervenire a Napoli, che è la sua terra, soprattutto nei luoghi che necessitano di riqualificazione urbana. Come nasce questa scelta? È un fatto estetico, politico o entrambi?
Il mio intento è sempre stato quello di affermarmi nella mia città, perché è qui che vorrei rimanere. La riqualificazione urbana è quindi venuta in modo naturale, così come l’ambito politico.
Fin da piccola ho sempre sentito questa radicalità. Ho molti amici che vivono fuori da Napoli o anche fuori dall’Italia. Spesso mi sento dire che il mio modo di dipingere sarebbe probabilmente più apprezzato altrove che nella mia terra, ma la mia scelta di restare nasce dal voler prima concretizzare la mia carriera qui e solo dopo, se non dovessi esserne soddisfatta, arrendermi e andare dove potrei essere più apprezzata. Ho sempre avuto il desiderio di provarci prima di andarmene, perché ritengo che restare e provarci davvero sia molto difficile, qui più che altrove.
Abito a Scampia e sono cresciuta con i murales di Felice Pignataro, un muralista importante che ha fondato anche il GRIDAS, il centro sociale più antico della zona, che oggi rischia purtroppo lo sgombero nonostante abbia aiutato moltissimo le persone del quartiere. Felice realizzava bellissimi murales in tutta Scampia e Secondigliano, raccontando ciò che gli altri non riuscivano a esprimere a parole. Riusciva, a mio parere, a dare voce a chi non riusciva ad averla, nonostante da piccola non sapessi bene chi fosse. Col tempo ho conosciuto la sua arte e Mirella, sua moglie (sorride). Questo mi ha aiutata molto, perché ritengo fondamentale crescere in un posto pulito e colorato, in contrapposizione a quel degrado che c’era a Scampia quando ero piccola. Vedere quei colori mi dava speranza, e ha inciso molto sulla scelta di restare e lavorare con la riqualificazione urbana.
Per quanto riguarda la scelta politica, non ho mai pensato di fare politica in senso “proprio”, quello che faccio è sempre stato spontaneo. Non è sempre politica. Presumo, però, che l’arte pubblica abbia molto più senso in periferia che in centro. Guardando anche al fenomeno dell’overtourism, un turista in centro a Napoli sa già dove andare e non ha bisogno di altre attrattive. In periferia invece sì. Qui c’è bisogno di attirare l’attenzione, di rigenerazione, perché siamo circondati da palazzi degradati, serve bellezza.


Un’opera d’arte può davvero rigenerare uno spazio: quanto crede che la sua arte, in particolare, riesca a incidere realmente sul luogo in cui nasce?
Ci sono state situazioni in cui mi hanno imbrattato dei murales, è successo anche questo mese. Da questo si capisce come le persone dialoghino con ciò che è nuovo nel loro ambiente quotidiano, con ciò che non sentono proprio. Spesso sono i bambini a imbrattare le opere, quindi il problema si vede già da lì: non sono abituati a vedere il bello. Dovremmo forse educare i più piccoli all’arte e all’espressività, perché ho notato che, quando la vedono, se ne distaccano, la rigettano.
In altri casi, come per il murale di Maradona che ho fatto sul mio palazzo a Scampia, mi fa sorridere il fatto che l’opera sia completamente intatta. Anzi, la gente se ne prende cura e le toglie persino le erbacce intorno. Penso quindi che molto dipenda dal luogo e dalle persone. Se prendiamo, ad esempio, il Rione Sanità, in vicolo Monte Silvano, tutto è tenuto benissimo, quindi è un dato di fatto che dal bello possano nascere tante iniziative di rigenerazione del posto.
È stata la mano di Dio, TRISHA. Scampia, Napoli, 2023

Il suo lavoro non si ferma all’estetica urbana: affronta apertamente temi come la questione palestinese e i diritti delle donne. Essere artista, del resto, è forse una vocazione a 360 gradi, che va oltre il semplice dipingere. Perché ha scelto di esporsi così apertamente su questi temi? Crede che l’arte abbia anche una responsabilità politica?
In realtà non mi espongo politicamente in modo intenzionale. Penso semplicemente che l’arte serva a prendere una posizione, a dire attraverso di essa ciò che altri non possono dire a parole, a dare voce a chi non ce l’ha. A mio avviso, un dipinto è più diretto delle parole, è universale, quindi credo sia giusto usare l’arte come un mezzo buono per un fine comune. Non ho mai scelto di fare arte politica, mi è sempre sembrato naturale e spontaneo fare scelte artistiche in base a ciò che per me è giusto.
Se facessi solo uccellini e fiori, sarebbero solo decorazioni, quindi cerco di alternare, senza nemmeno farlo apposta, cose decorative ed elementi dalla connotazione sociale. Chi fa solo decorazione, secondo me, esegue un lavoro quasi fine a sé stesso.
Per la questione femminile è stata la stessa cosa. È normale parlare di chi purtroppo non c’è più, come nel caso del murale che ho dipinto dedicato a Giulia Tramontano, realizzato in un centro antiviolenza a Sant’Antimo, la sua città natale. Devo ammettere che realizzarlo è stato un lavoro emotivamente pesante. Più volte ho pensato che non avrei voluto farlo, non perché non ne avessi voglia, ma perché avrei voluto che Giulia fosse ancora viva. Ti trovi a lavorare accompagnata da sentimenti contrastanti: vuoi farlo, ma non puoi fare a meno di empatizzare con il contesto. Certi temi sono emotivamente importanti da affrontare, come la questione palestinese, a me molto cara. Non posso non dire, non fare qualcosa, lo facevo già prima del 7 ottobre e mi sembra normale e naturale continuare a farlo ora.


Le è mai stato rimproverato di «fare politica» con l’arte? Come risponde a chi sostiene che dovrebbe restare neutrale?
Penso che l’arte non sia neutrale, non può esistere un’arte neutrale. Come ho detto prima, senza una posizione è solo decorazione. Del resto è sempre stato così nella storia dell’arte e non capisco perché dovrebbe smettere di esserlo ora, nel 2026.
Qualche anno fa stavo realizzando a Scampia un murale di Julian Assange, a cui poi è stata conferita la cittadinanza onoraria napoletana. Stavano per farmi un’intervista e mi dissero: “Lo sai che da qui in poi tu hai preso una posizione? Non sarà facile”. Prendendo una posizione politica, è risaputo che qualcuno potrebbe esitare a commissionarmi lavori. Io lo guardai e pensai: “Ma che significa? Dopo aver realizzato un murale, un’opera artistica, mi dici che probabilmente non mi chiameranno perché mi sono schierata”. Probabilmente è successo realmente negli anni successivi, ma non ha senso questo ragionamento a mio parere. Per me era giusto stare dalla sua parte.
Quindi forse faccio davvero politica con l’arte, ma non ci ho mai pensato seriamente. Forse non è nemmeno politica, è semplicemente stare dalla parte del giusto. Non c’ è bisogno di schierarsi in un ramo politico, però è moralmente corretto stare dalla parte giusta.
In un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo il valore della creatività, e l’artista sembra aver perso quell’aura quasi sacra che aveva un tempo, che ruolo può avere oggi una figura come la sua?
Penso che, purtroppo, sia indispensabile andare a passo con l’intelligenza artificiale, ma senza farci prendere la mano. Ho sentito di situazioni assurde in cui si è iniziato a mettere l’AI al posto delle persone. È assurdo, perché il sentimento di una persona, un abbraccio, una carezza, non possono essere dati da una macchina.
Lo stesso vale per l’arte. L’AI è diventata brava a fare tutti i bozzetti al posto nostro, e questo fa paura, perché ti toglie il lavoro. Allo stesso tempo, penso però che l’istintività sia l’unica cosa che ci rende diversi dai computer: l’atto istintivo del dipingere e l’emozione nel farlo, l’intelligenza artificiale non possono averli. Non possono mai essere replicati da un computer, perché sono un sentimento, ciò che è dentro di te, e non sai nemmeno tu cosa potresti creare. Quando dipingo, non so perché metto quella pennellata lì, è una cosa istintiva, perché il mio modo di dipingere è un po’ post-impressionista, molto d’impeto direi. Non so spiegarlo né darne un preavviso, la faccio e basta, e penso che un computer non possa farlo.

Essere artista significa anche una vocazione a toccare profondamente il cuore delle persone. Sente di esserci riuscita?
Sì, quello sì. In particolare, quando faccio cose per il sociale, magari con un compenso minimo o assente, sento che il ritorno sociale ed emotivo è molto forte. Lo stesso vale quando realizzi un murale per qualcuno, come il prima citato murale per Giulia Tramontano: penso di aver ricevuto uno degli abbracci più intensi della mia vita dai suoi genitori. Lì capisci di aver fatto qualcosa di buono, anche se non sei una persona ricca. Quindi sì, a volte penso di esserci riuscita, almeno in questo.
C’è un progetto, realizzato o ancora da realizzare, che sente rappresenti pienamente il senso del suo lavoro?
In realtà non sono mai contenta di ciò che faccio, ma le opere sociali mi piacciono sicuramente molto di più. Ad esempio, c’è il vicolo della cultura nel Rione Sanità dove realizziamo laboratori per i bambini e i ragazzi del quartiere. Quando l’abbiamo inaugurato, è stato un momento di festa pura. È realizzato su due beni confiscati alla Camorra, lì teniamo i corsi, e i bambini e i ragazzi erano felicissimi di avere un nuovo muro, così come tutte le persone del quartiere.
Credo rappresenti il mio lavoro anche a livello artistico, è un murale colorato. Nessuno mi ha detto cosa fare, mi hanno lasciato libera scelta sia nei colori che nei soggetti. Ci sono uccellini e fiori chiamati celidonie, che richiamano l’associazione con cui tengo il corso di scenografia, la Bottega Celidonia. Si dice che le rondini prendessero il nettare della celidonia e lo mettessero sugli occhi dei loro piccoli. Non ho messo solo rondini ma anche altre specie di uccelli, che volano da una celidonia all’altra: rappresentano noi di Bottega Celidonia, che cerchiamo di aprire gli occhi dei più piccoli del rione attraverso l’arte, rappresentata dalla celidonia, è stato questo il pensiero. Paradossalmente non è il lavoro più conosciuto, ma a livello emotivo è quello a cui tengo di più.


Dalle sue parole emerge una pratica che rifiuta tanto la neutralità quanto l’etichetta di arte politica, che si colloca in uno spazio intermedio, quello di un’arte pubblica che si assume la responsabilità di dare voce, specialmente nei contesti periferici dove la rigenerazione urbana passa anche attraverso l’educazione al bello. Il murale di vicolo della Cultura, con le celidonie che “aprono gli occhi” ai più piccoli, come dicevi, ne è forse la sintesi più efficace, mirando ad un intervento che non si limita a decorare un muro, ma ad intrecciare spazio, comunità e formazione.
Ringraziamo Trisha per la disponibilità e per il contributo offerto e le auguriamo il meglio per i suoi progetti futuri.

