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Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, 31 dicembre 2025

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A destra, una copia della Costituzione italiana; a sinistra, il manifesto promosso dal Corriere della Sera – simbolo delle prime elezioni della Repubblica Italiana, tenutesi il 2 giugno 1946 e ricordate anche per essere state le prime a prevedere il voto femminile. Questa è stata l’ambientazione scelta dal Quirinale per la trasmissione in diretta televisiva del discorso di fine anno, pronunciato dal Presidente Mattarella a reti unificate la sera del 31 dicembre 2025. 

Care concittadine e cari concittadini, si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore.

Il Presidente ha descritto l’anno passato utilizzando un tono malinconico e negativo, definendolo “non facile”, per motivi che, a suo avviso, erano noti a tutti noi. Tuttavia, è lecito porsi la domanda se questa supposizione sia realmente condivisa da tutti. In un contesto sempre più caratterizzato da teorie complottistiche, divisioni e polemiche più forti persino dei valori democratici a fondamento della nostra Repubblica e della morale insita in ognuno, è stato opportuno astenersi dall’affrontare le problematiche alla base delle difficoltà che si riscontrano sempre più spesso nella vita quotidiana?

La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace.

Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte.

Questo paragrafo esemplifica lo stile usato lungo tutto il discorso: la generalizzazione. La pace viene richiamata “solo” sulle situazioni ucraine e di Gaza; la quotidianità che quelle popolazioni stanno vivendo viene invocata soltanto in relazione all’immagine ormai nota della sofferenza degli infanti, e nessuna menzione viene fatta degli aggressori. La chiusa appare nuovamente ipocrita e quasi fastidiosa, in un periodo storico definito illegittimo, in quanto non si fa riferimento a chi si sente più forte della pace. Sebbene non sia sempre consigliabile menzionare nomi e cognomi in ambito diplomatico, sarebbe stato apprezzabile schierarsi più concretamente dalla “parte della pace”, per citare le stesse parole utilizzate. Il 2025 ha visto diverse dinamiche geopolitiche (ri)aprirsi in modo aggressivo e violento; è stato appropriato ometterle di fronte a un pubblico generalista di italiani, che si informa attraverso telegiornali popolari sempre più dedicati alla cronaca nera e al costume?

La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio.

“La pace è un modo di pensare”; eppure, mentre il pensiero non può essere imposto o controllato, la pace può e deve essere imposta e costruita, attraverso continue negoziazioni e sforzi diplomatici tra tutte le forze mondiali, siano esse democrazie o meno. Per poter considerare un Paese come avanzato, è necessario riconoscere l’importanza di promuovere un ambiente pacifico e rispettoso dei diritti umani a livello globale, con l’obiettivo di fornire a tutte le popolazioni strumenti e modelli di vita dignitosa.

Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale.

Leone XIV – cui rivolgo gli auguri più affettuosi del popolo italiano – nei giorni di Natale, in prossimità della conclusione del Giubileo della Speranza, ha esortato a “respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”. Ha richiamato alla necessità di disarmare le parole.

Il nuovo Papa eletto Leone XIV è qui stato menzionato ed è l’unico a cui sono rivolti gli auguri “più affettuosi” dell’intero popolo italiano. Tale scelta rinnova l’eterno dilemma della natura dei rapporti tra la Repubblica e il Vaticano.

Raccogliamo questo invito. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi.

Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno.

L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini.

Questo passaggio, in particolare il primo paragrafo, è particolarmente significativo per il periodo di polemiche e discussioni inconclusive che la nostra politica interna sta attraversando: queste, infatti, stanno allontanando insorabilmente il popolo italiano dalle istituzioni, considerate sempre meno dignitose di attenzione e fiducia, come dimostrato dall’ultimo studio Istat1.

Nell’anno che si presenta ricorderemo gli ottant’anni della Repubblica.

Ottant’anni sono pochi se guardati con gli occhi della grande storia, ma sono stati decenni di alto significato.

Sfogliamo velocemente un album immaginario della storia della Repubblica, come talvolta si fa quando ci si ritrova in famiglia.

Il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne.

Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità.

Inizia qui un viaggio attraverso i ricordi degli italiani, usato dal Presidente in omaggio dell’ottantesimo compleanno della Repubblica, che si terrà proprio nell’anno appena iniziato.

L’Assemblea costituente, eletta contestualmente al referendum che sancì la scelta repubblicana, fu capace di trovare una sintesi di alto valore mentre la dialettica politica si sviluppava tra convergenze e contrasti, anche molto forti.

Di mattina i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale. La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni.

La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia.

Non uno Stato che sovrasta i cittadini, ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità.

La democrazia italiana che muove i suoi primi passi nel dopoguerra è giovane, dinamica, mette radici, dialoga nel mondo.

Il percorso attraverso le memorie storiche inizia con l’analisi degli attori politici che vi hanno contribuito. I padri costituenti di uno stato “che riconosce i diritti inviolabili, la libertà e le autonomie”. È doveroso ricordare che la responsabilità di garantire tali impegni non ricade sul popolo, bensì su coloro che sono incaricati di farlo. In un periodo storico in cui i diritti e le libertà delle donne sono ancora motivo di scontri, violenze e repressioni, si rende necessario un cambiamento linguistico che riconosca adeguatamente il contributo delle ventuno madri costituenti, le quali, elette nell’Assemblea Costituente del 1946, rappresentano un simbolo di uguaglianza di genere e diritti delle donne, un obiettivo ancora non pienamente realizzato nella nostra società. Per questo motivo, è doveroso riportare i loro nomi: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria de Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani (prima donna a parlare in Parlamento), Nilde Iotti (prima donna Presidente della Camera), Teresa Mattei, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi (l’unica donna candidata alla Presidenza della Repubblica nella prima votazione del 1946), Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. 

Le immagini della firma dei Trattati di Roma, nel 1957, consegnano un successo e un altro momento decisivo, con l’Italia in prima linea nella costruzione della nuova Europa.

Proprio l’Europa e le relazioni transatlantiche, con il piano Marshall, sono i due pilastri della ricostruzione. L’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica hanno coerentemente rappresentato – e costituiscono – le coordinate della nostra azione internazionale.Una grande stagione di riforme cambia il profilo dell’Italia. La riforma agraria, il Piano casa, il cui ricordo richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città.

Il richiamo all’importanza delle relazioni transatlantiche e al ruolo dell’Italia nella costruzione dell’Unione Europea è d’obbligo, ripercorrendo le principali tappe della nostra storia repubblicana. Tuttavia, in un contesto caratterizzato da un’incertezza e da una violenza perpetrate dal principale attore transatlantico, emerge la necessità di aggiungere un riferimento al rispetto delle norme internazionali congiuntamente raggiunte. Con lo stesso coraggio con cui è stato aggiunto il riferimento alla stagione delle riforme, tra cui la riforma agraria e il Piano Casa, che si ritrovano, in altra forma, anche al giorno d’oggi.

Gli anni del miracolo economico ci presentano in primo piano i volti degli operai delle fabbriche e di quelli impegnati a realizzare le grandi infrastrutture che modernizzano il Paese.

Il lavoro come leva fondamentale dello sviluppo. Lo statuto dei lavoratori è stato lo strumento che riconosce e sancisce diritti, dignità e libertà sindacale. Valori che richiamano al pieno rispetto della irrinunziabile sicurezza sul lavoro e all’equità delle retribuzioni.

Così come l’istituzione del servizio sanitario nazionale, che garantisce universalità e gratuità delle cure, rappresentando un’altra decisiva conquista dello stato sociale, che pone al centro la dignità della persona e l’idea di una piena uguaglianza. Accanto ad esso il sistema previdenziale esteso a tutti. Condizioni da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo. Fondamentale alla crescita della identità nazionale è stato – e rimane – il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica. Il ruolo del servizio pubblico affidato alla Rai, a garanzia del pluralismo, presupposto essenziale di un largo coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni della Repubblica.

Gli anni del miracolo economico sono collegati ai valori fondamentali del lavoro, il servizio sanitario nazionale universale e gratuito e la cultura. Settori che nella terza Repubblica rimangono centrali e sottovalutati, segnati da profonde sfide strutturali.

Altre immagini, questa volta drammatiche. Le stragi. Il terrorismo. Ricordiamo i volti e i nomi delle vittime. Magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. E poi tanti, troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento. Verrà definita la notte della Repubblica.

Ma l’Italia prevale. Le istituzioni si dimostrano più forti del terrore. E lo sono grazie all’unità delle forze politiche e sociali, capaci di difendere i principi fondativi della Repubblica.

Il ricordo va alle stragi che hanno segnato l’Italia di fine secolo e di tutti quelli che vi hanno perso la vita. L’Italia ha, allora, prevalso, ma “le forze politiche e sociali” che hanno permesso questo successo al tempo non esistono più. 

Anche lo sport ha un posto di grande rilievo nel nostro album. Storie e atleti indimenticabili. I protagonisti delle Olimpiadi di Roma del ‘60, nelle quali l’Italia, per prima, introduce la partecipazione paralimpica. Lo sport, dunque, ha contribuito alla crescita del Paese, a regalarci momenti di gioia, di orgoglio, di appartenenza. Così come accade sempre ascoltando risuonare l’inno italiano in una premiazione. Tutto questo si rinnoverà ancora una volta con i giochi di Milano-Cortina.

Il riferimento allo sport è d’obbligo in un anno come quello appena trascorso, che ha insegnato a un popolo intero a guardare oltre lo stadio. Il tennis femminile di Jasmine Paolini e quello maschile (in particolare con Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli e Luciano Darderi), così come le squadre femminile e maschile di pallavolo italiana, hanno raggiunto il tetto del mondo (un’impresa storica, prima riuscita solo all’Unione Sovietica); ai mondiali di atletica leggera, gli azzurri hanno conquistato per la prima volta nella storia sette medaglie. Nel nuoto, hanno ottenuto il primato mondiale 4×50 stile misto, il ciclismo di Jonathan Milan ha raggiunto 50 vittorie complessive, la sciatrice Federica Brignone ha vinto il mondiale. Questi e molti altri sono stati i successi degli azzurri in un anno che passerà alla storia dello sport italiano.

La diffusione dello sport, oltre al messaggio di pace, amicizia, inclusione che esprime, è un potente antidoto alla violenza giovanile e alle droghe.

Il richiamo alle vittorie sportive del 2025 viene usato anche come antidoto alla violenza giovanile e all’assunzione di droghe, un trend in una crescita sempre più allarmante tra la Gen Z italiana. Tuttavia, c’è il rischio che questo richiamo diventi un ulteriore stereotipo nei confronti di una generazione che si trova in un periodo di incertezza e che è caratterizzata anche da un aumento dei disturbi mentali, una questione che richiederebbe un’ulteriore riflessione approfondita.

Il film della memoria scorre. Due volti che non possiamo dimenticare: quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della legalità e della lunga lotta contro la mafia. Protagonisti anche dopo il loro assassinio: il loro esempio continua a ispirare – non soltanto in Italia – le nuove generazioni e tutti coloro che non si rassegnano alla prepotenza della criminalità.

Anni di tensioni, di grandi mutamenti che ci hanno accompagnato nel passaggio al nuovo secolo. Al nuovo millennio. I cambiamenti sono profondi: dal linguaggio, agli stili di vita, alla moneta.

Questi ottanta anni sono come un grande mosaico, il cui significato compiuto riusciamo a cogliere soltanto allontanandoci dalle singole tessere che lo compongono.

Non vanno ignorate, ovviamente, lacune e contraddizioni ma eravamo una società con un basso livello di istruzione, con alti tassi di emigrazione. Siamo diventati uno dei Paesi più forti nella manifattura e nell’esportazione, capace di esaltare il genio della creatività in tantissimi settori. Siamo apprezzati in tutto il mondo per i nostri stili di vita, per la bellezza dei nostri territori, per i tesori artistici che custodiamo. Per la cultura del cibo e del vino, che diventa patrimonio internazionale.

L’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale, anche grazie al contributo che i nostri militari hanno dato e danno alla costruzione della sicurezza e della pace. Anche qui un cammino con alti prezzi, a partire dal sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961.L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi.

È doveroso esprimere soddisfazione per i traguardi raggiunti dal panorama italiano. Tuttavia, è necessario interrogarsi riguardo alla natura di tali successi. Si intendono forse le vittorie militari? Non era forse l’obiettivo primario quello di aspirare a una condizione di pace? Come è possibile concepire la costruzione della pace attraverso le vittorie ottenute dall’esercito? Dovremmo forse sentirci fieri dei progressi politici? Delle nuove alleanze stabilite con paesi autocratici come la Libia? Della completa assenza di una posizione chiara nei confronti di Israele? O delle iniziative promosse dall’amministrazione Trump? È auspicabile che la natura d’orgoglio continui a ritrovarsi nei successi sportivi e nelle conquiste raggiunte da milioni di italiani grazie a una vita da emigrati. 

Possiamo perché questa storia è frutto del sacrificio, dell’impegno, della partecipazione di tante generazioni di italiane e italiani. Ognuno ha messo la sua tessera in quel mosaico. In ogni casa, in ogni famiglia c’è una storia da raccontare.

Spesso diciamo che i principi e i valori che le madri e i padri costituenti ottanta anni fa incisero nella Costituzione vanno vissuti, testimoniati ogni giorno: è questo che li ha fatti diventare realtà nelle scelte quotidiane di ognuno di noi.La nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi. Le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni.

È necessario ricordare, a pochi giorni dall’uscita di una nuova analisi di Amnesty International volta a fornire uno spaccato della situazione dei diritti umani a tre anni dall’inizio dell’Esecutivo Meloni2, l’importanza dell’effettività e della concretezza del diritto e della tutela delle libertà fondamentali dei cittadini.

Riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo.

Vecchie e nuove povertà – che ci sono e vanno contrastate con urgenza – diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali: crepe che rischiano di compromettere proprio quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso di cui disponiamo.

La povertà è infatti una stabile emergenza strutturale della società italiana degli ultimi dieci anni, arrivando a colpire circa il 10% della popolazione3. Questa diventa conseguenza di una decrescente disparità fiscale, dal valore di 100 miliardi di euro4.

Un bene che, tuttavia, non è mai acquisito definitivamente. Un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi.

Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo. Entriamo, inoltre, oggi, in un tempo in cui tutto diventa globale e interdipendente, dall’economia, all’ambiente, al clima, alle rivoluzioni tecnologiche che investono le nostre vite, ai rischi delle pandemie, alle reti del terrorismo integralista.

Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia.

Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani.

Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi.

Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro.

Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna.

Auguri!

Buon 2026!

“Qualcuno che vi giudica senza conoscervi davvero“, e qualcun altro che non riconosce i problemi strutturali con cui vi trovate a confrontarvi quotidianamente e che, di fatto, vi induce a essere più “diffidenti, distaccati, arrabbiati”. “Siate esigenti” ma non in modo eccessivo, poiché un certo grado di esigenza è accettabile, ma che questa non sia eccessiva.

  1. Istat, “in calo nel 2024 la fiducia nelle istituzioni”, 8 ottobre 2025, https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/Stat-Today_Fiducia-nelle-istituzioni-del-Paese_Anno-2024-.pdf ↩︎
  2. Amnesty International, “il governo Meloni al giro di boa”, 17 dicembre 2025, https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2025/12/Amnesty-International-Italia-Il-Governo-Meloni-al-giro-di-boa.pdf ↩︎
  3. Istat, “le statistiche dell’Istat sulla povertà 2024”, 14 ottobre 2025, https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/La-poverta-in-italia-_-Anno-2024.pdf ↩︎
  4. Mef, “relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva anno 2025”, 23 Ottobre 2025, https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/documenti-pubblicazioni/rapporti-relazioni/documenti/Relazione-evasione-fiscale-e-contributiva-2025_2310_ore1230.pdf ↩︎

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