A space for Social Sciences students and alumni beyond universities

L’Enclave del Capitale Transnazionale ed il Mancato Sviluppo Turistico Rigenerativo: Il Caso Zvërnec in Albania tra Deregolamentazione Ambientale e Proteste Popolari

, , , ,


9–14 minutes

Edited by Elia Jason Granchi

Cover image Proteste a Tirana della Flamingo Revolution contro il governo albanese / Foto d’archivio tratta dal profilo TikTok di @eirvis (2026).

L’attuale crisi socio-ambientale in Albania non è un fenomeno estemporaneo, nato dal nulla, bensì il risultato di fratture strutturali che si sono stratificate nel corso dei decenni. 

Come per altri contesti balcanici, dove gli anni Novanta hanno contribuito a ridefinire gli assetti statali, per gli albanesi quegli anni hanno costituito una fase di transizione drammatica e violenta. All’indomani del crollo del regime totalitario di Enver Hoxha, il Paese è precipitato in una rapida spirale di instabilità. Il culmine è stato raggiunto nel 1997, quando una massiccia speculazione finanziaria basata su schemi piramidali provocò il collasso delle strutture istituzionali, dell’esercito e delle forze di polizia. Le settimane di cupa anarchia che seguirono vennero descritte dai media nazionali e internazionali come un vero e proprio conflitto civile, che vedeva contrapposti il Nord — considerato la roccaforte dell’allora presidente Sali Berisha — e il Sud, dove la presidenza era ritenuta diretta responsabile del disastro. Questo collasso sistemico ha inaugurato una diaspora strutturale, proiettando l’Albania verso uno dei declini demografici più drammatici dell’Europa contemporanea. Nella storia degli Stati moderni, è quasi impossibile rintracciare un precedente simile: ovvero di una nazione capace di perdere quasi la metà della propria popolazione in tempo di pace. Non si è trattato di un comune fenomeno migratorio, ma di un esodo collettivo che ha assunto i tratti di un vero e proprio abbandono del Paese su larghissima scala.

Nell’ultimo decennio, il Paese ha subito un rapido sviluppo turistico – prevalentemente balneare e concentrato lungo la costa centro-meridionale del Paese – trainato dall’aumento esponenziale dei pernottamenti. Dietro questa facciata di crescita, però, emergono forti criticità nel bilanciamento tra l’implementazione delle infrastrutture, la tutela degli ecosistemi e l’uso sostenibile delle risorse locali. Oggi, tale dinamica si traduce in una minaccia diretta all’integrità delle aree naturali protette: un’urbanizzazione aggressiva, governata dalle logiche di massimizzazione del profitto del capitale transnazionale e amplificata da un boom turistico la cui cassa di risonanza è alimentata dall’awareness e dall’estetica esibizioinista dei social media.

Il caso del mega-progetto turistico nel paesaggio protetto di Vjosa-Narta, specificamente nell’area costiera di Zvërnec (vicino a Valona) e nella vicina isola di Sazan, non rappresenta semplicemente una disputa locale. Al contrario, si configura come un perfetto modello analitico di “turismo a enclave”, in cui l’afflusso di capitali transnazionali privati rischia di generare un massiccio fenomeno di leakage, dove i profitti non ricadono sulla comunità ospitante ma vengono rimpatriati dai grandi investitori. 

L’attuale crisi socio-ambientale in Albania non è un fenomeno estemporaneo, nato dal nulla, bensì il risultato di fratture strutturali che si sono stratificate nel corso dei decenni. 

Come per altri contesti balcanici, dove gli anni Novanta hanno contribuito a ridefinire gli assetti statali, per gli albanesi quegli anni hanno costituito una fase di transizione drammatica e violenta. All’indomani del crollo del regime totalitario di Enver Hoxha, il Paese è precipitato in una rapida spirale di instabilità. Il culmine è stato raggiunto nel 1997, quando una massiccia speculazione finanziaria basata su schemi piramidali provocò il collasso delle strutture istituzionali, dell’esercito e delle forze di polizia. Le settimane di cupa anarchia che seguirono vennero descritte dai media nazionali e internazionali come un vero e proprio conflitto civile, che vedeva contrapposti il Nord — considerato la roccaforte dell’allora presidente Sali Berisha — e il Sud, dove la presidenza era ritenuta diretta responsabile del disastro. Questo collasso sistemico ha inaugurato una diaspora strutturale, proiettando l’Albania verso uno dei declini demografici più drammatici dell’Europa contemporanea. Nella storia degli Stati moderni, è quasi impossibile rintracciare un precedente simile: ovvero di una nazione capace di perdere quasi la metà della propria popolazione in tempo di pace. Non si è trattato di un comune fenomeno migratorio, ma di un esodo collettivo che ha assunto i tratti di un vero e proprio abbandono del Paese su larghissima scala.

Nell’ultimo decennio, il Paese ha subito un rapido sviluppo turistico – prevalentemente balneare e concentrato lungo la costa centro-meridionale del Paese – trainato dall’aumento esponenziale dei pernottamenti. Dietro questa facciata di crescita, però, emergono forti criticità nel bilanciamento tra l’implementazione delle infrastrutture, la tutela degli ecosistemi e l’uso sostenibile delle risorse locali. Oggi, tale dinamica si traduce in una minaccia diretta all’integrità delle aree naturali protette: un’urbanizzazione aggressiva, governata dalle logiche di massimizzazione del profitto del capitale transnazionale e amplificata da un boom turistico la cui cassa di risonanza è alimentata dall’awareness e dall’estetica esibizioinista dei social media.

Il caso del mega-progetto turistico nel paesaggio protetto di Vjosa-Narta, specificamente nell’area costiera di Zvërnec (vicino a Valona) e nella vicina isola di Sazan, non rappresenta semplicemente una disputa locale. Al contrario, si configura come un perfetto modello analitico di “turismo a enclave”, in cui l’afflusso di capitali transnazionali privati rischia di generare un massiccio fenomeno di leakage, dove i profitti non ricadono sulla comunità ospitante ma vengono rimpatriati dai grandi investitori. 

Per comprendere la sostenibilità legale del progetto Kushner, è necessario condurre un’analisi di diritto ambientale comparato sulle recenti riforme legislative albanesi. Negli ultimi anni, la protezione della natura in Albania è stata progressivamente erosa da interventi amministrativi diretti; basti pensare alle decisioni del Consiglio dei Ministri (VKM) n. 59/2022, 60/2022 e 694/2022, le quali hanno deliberatamente ridotto la superficie di importanti Aree Protette. La svolta legislativa più drastica e contestata è avvenuta nel febbraio 2024, quando il Parlamento albanese, attraverso l’approvazione della Legge n. 21/2024, ha modificato la precedente Legge quadro n. 81/2017 sulle Aree Protette.

Tra i punti salienti di questa riforma — considerata dalla comunità scientifica come un vero e proprio smantellamento dei vincoli di conservazione — spiccano l’apertura all’edificazione nelle Zone Core e la contestuale eliminazione delle fasce cuscinetto a protezione dei Monumenti Naturali. La nuova normativa sanziona un cambio di paradigma radicale: in tutte le categorie di Aree Protette, incluse le core areas storicamente destinate a una tutela integrale e rigorosa, viene ora autorizzato lo sviluppo di complessi infrastrutturali e ricettivi. Secondo il dettato legislativo, tali interventi dovrebbero garantire elevati standard architettonici e ambientali, una formula burocratica finalizzata in realtà a legittimare l’insediamento del turismo d’eccellenza a cinque stelle e dei relativi servizi di collegamento.

Questa tendenza alla de-regolamentazione ha già causato storicamente danni significativi a numerosi Monumenti Naturali nel Paese, aggrediti da infrastrutture turistiche jomiqësore (non amichevoli), tra cui le Acque Termali di Bënja (Përmet), le Sorgenti dell’Acqua Fredda (Tepelena) e l’Occhio Blu (Delvina). Nel mirino dei nuovi piani di sviluppo futuri vi sono ora ecosistemi delicatissimi come le Dune di Narta/Poro e le Colline Molassiche di Zvërnec a Valona.

Gli esperti della Protection and Preservation of Natural Environment in Albania (PPNEA) denunciano che l’ecosistema palustre costiero di Vjosa-Narta rappresenta un habitat insostituibile per la biodiversità, fungendo da rotta migratoria e sito di nidificazione per oltre 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri rosa e i pellicani ricci, oltre a ospitare siti di riproduzione delle tartarughe marine. L’introduzione di ruspe e bulldozer sta già provocando la distruzione fisica di queste rotte, sollevando lo sdegno della comunità scientifica che giudica questa svolta normativa contraria alla qualità della vita e distruttiva per lo stesso valore ecoturistico dell’Albania.

La tensione accumulata attorno alle modifiche legislative e alla mancanza di trasparenza ha innescato una crisi politica nazionale senza precedenti. Le proteste sono scoppiate a livello locale a Zvërnec alla fine di maggio, quando la popolazione residente e gli attivisti ecologisti si sono mobilitati contro la recinzione fisica delle spiagge e la privatizzazione dei terreni costieri. La scintilla che ha trasformato una disputa terriera in una rivolta nazionale è scoccata il 30 maggio 2026. Durante una manifestazione pacifica nei pressi del cantiere di Zvërnec-Portonovo, un gruppo di guardie di sicurezza privata con il volto coperto (successivamente rivelatesi non autorizzate o non registrate) ha aggredito violentemente i residenti e gli attivisti, trascinandoli all’interno delle recinzioni del cantiere. Le immagini della Polizia di Stato albanese che assisteva immobile alle violenze senza intervenire in modo deciso hanno fatto il giro del web, diventando il simbolo del collasso della legalità e della percezione che il capitale privato protetto da agganci politici possa operare al di sopra delle istituzioni.

Nel giro di pochi giorni, il movimento — ribattezzato dai media internazionali come la Flamingo Revolution — si è spostato dalla costa alla capitale Tirana. Migliaia di cittadini, con una massiccia partecipazione di studenti e giovani albanesi, hanno invaso Piazza Skënderbeg marciando lungo i viali governativi. Le rivendicazioni delle piazze sono andate ben oltre la tutela ambientale del resort: i manifestanti chiedono ora la cancellazione immediata del progetto Kushner, l’abrogazione della legge sugli investimenti strategici (ritenuta opaca), lo smantellamento dei pacchetti di sviluppo edilizio clientelari e le dimissioni immediate del governo guidato da Edi Rama.

Di fronte a questa perdita di controllo e di consenso, il governo ha reagito alimentando un’ondata di teorie del complotto. Il Primo Ministro Rama è arrivato a dichiarare pubblicamente che dietro l’improvvisa organizzazione delle oceaniche proteste di piazza a Tirana vi sarebbe la mano occulta e l’influenza geopolitica dell’Iran, nel tentativo di destabilizzare il Paese. Secondo questa narrazione governativa, l’opposizione al mega-progetto di Zvërnec non sarebbe mossa da genuine preoccupazioni ecologiche, bensì da sentimenti anti-Trump e da manovre di disturbo internazionali. Tuttavia, come evidenziato dagli osservatori locali, questo ricorso sistematico alla figura del nemico esterno evoca profonde risonanze storiche, richiamando le strategie retoriche utilizzate dal regime comunista albanese nei primi anni Novanta durante le sue ultime fasi convulse, nel tentativo di delegittimare il dissenso interno.

Autorevoli analisti, come l’ex direttore di Voice of America, Elez Biberaj, leggono la rivolta non come una disputa isolata o un referendum sui capitali stranieri, ma come un vero e proprio risveglio civico. Si tratta di una mobilitazione trasversale e intergenerazionale — composta da studenti, attivisti, proprietari e professionisti — che non contesta l’alleanza strategica con gli Stati Uniti, ma rifiuta categoricamente un modello di governance opaco, percepito come cleptocratico e privo di tutele ambientali e rispetto dei diritti di proprietà. 

Figura 1 – Proteste a Tirana della Flamingo Revolution contro lo sviluppo del resort di lusso nell’area protetta a Zvërnec / Foto d’archivio tratta dal profilo TikTok di @eirvis (2026).

Figura 2 – Proteste a Tirana della Flamingo Revolution contro il governo albanese / Foto d’archivio tratta dal profilo TikTok di @eirvis (2026).

In conclusione, le oceaniche proteste di questi giorni rappresentano l’urlo straziante di un popolo che ha scelto di non tollerare più un sistema corrotto. Invece di puntare su uno sviluppo turistico davvero all’avanguardia e basato su un’ottica rigenerativa — in cui il rispetto per l’ambiente e per la società ospitante regni sovrano, lasciando il territorio migliore di come lo si è trovato — la governance attuale ha preferito la logica della svendita. Lungo i viali di Tirana e sulle coste predate, una coalizione trasversale e intergenerazionale di giovani, anziani, studenti, operai, professori e attivisti sta manifestando contro una corruzione sistemica che permea la giustizia, l’istruzione e la sanità.

La piazza grida una verità drammatica: non è ammissibile che nel 2026 un cittadino albanese sia ancora costretto a recarsi all’estero per potersi curare, affrontando debiti monumentali che lo schiacceranno per il resto della vita, a causa di un sistema sanitario pubblico ridotto allo stremo e piagato da diffuse pratiche di corruzione interna. Allo stesso modo, il popolo protesta perché i parchi naturali e le terre vengono alienati in gran segreto e attraverso procedure opache; un paradosso storico brutale per una terra che, durante gli anni del regime comunista, era già stata privata della proprietà privata sotto il controllo totale dello Stato e che oggi si vede nuovamente sottratta ai legittimi proprietari per favorire i grandi capitali transnazionali.

Dietro questo risveglio civico si cela la ferita più profonda dell’Albania contemporanea: quella della diaspora. Intere famiglie — madri, padri, nonni, fratelli e figli — protestano oggi anche in nome di coloro che sono stati costretti a emigrare. Non per scelta, ma come unica via di sopravvivenza per garantire un futuro dignitoso a se stessi e ai propri cari rimasti in patria. L’emigrazione, pur rappresentando una salvezza economica, costituisce un trauma identitario permanente: abbandonare la propria terra, la propria cultura, i propri affetti e le proprie tradizioni lascia un solco profondo nell’anima. Una ferita che sanguina ancora di più quando si assiste, da lontano, alla svendita dei propri luoghi natii da parte del governo, trasformando il sogno di ritornare, investire e costruirsi una vita in patria in un’utopia irraggiungibile.

Le piazze scese in rivolta, troppo spesso screditate e liquidate dalla retorica governativa come manovre geopolitiche esterne, sono in realtà composte da cittadini che lottano disperatamente per il futuro dell’Albania, uniti dal rifiuto di abbandonare la propria terra. Di fronte a questo coraggio, la comunità degli immigrati albanesi in tutto il mondo non può far altro che inchinarsi, sostenendo da lontano ogni passo, ogni grido e ogni grammo di determinazione di questa storica protesta e unendo la propria voce a quella delle piazze: Jemi me ju – Siamo con voi.

Figura 3 – Proteste a Tirana della Flamingo Revolution contro lo sviluppo del resort di lusso nell’area protetta a Zvërnec / Fonte: https://sot.com.al/aktualitet/ketu-per-ata-qe-na-i-zbuat-jashte-vendit-pankarta-rreqethese-e-nenes-ne-proteste/.

Figura 4 – Proteste a Tirana della Flamingo Revolution contro lo sviluppo del resort di lusso nell’area protetta a Zvërnec / Foto d’archivio tratta dal profilo TikTok di @eirvis (2026).


No comments on L’Enclave del Capitale Transnazionale ed il Mancato Sviluppo Turistico Rigenerativo: Il Caso Zvërnec in Albania tra Deregolamentazione Ambientale e Proteste Popolari

Leave a Reply