Edited by Alexia Angeli
Cover image. The Kiryat Arba settlement – considered illegal under international law – appears in the background on stolen Palestinian land near Palestinian houses adjacent to road 60, near Hebron, in the occupied West Bank [File: Mussa Qawasma/Reuters]
“Gaza mi sembrava l’inizio di qualcosa… non so perché sentissi che era solo l’inizio.”1
Trentanove anni fa, il 2 giugno del 1987, nel campo profughi di Balata, presso Nablus, molti palestinesi protestarono contro l’occupazione israeliana, rispondendo ai lacrimogeni con il lancio dei sassi. Col divampare della Prima Intifada, episodi come quello divennero il simbolo della resistenza all’oppressione, portando un’intera generazione a esser definita come i ‘figli delle pietre’. Gli shabab – i giovani – esprimevano così il loro desiderio di rivalsa, la frustrazione e la ricerca della giustizia; tuttavia, spesso la lotta li avrebbe condotti alle torture dei carcerieri o ai funerali prematuri. Dieci anni dopo, durante il cosiddetto ‘processo di pace’, le promesse degli accordi di Oslo erano già state infrante, fallendo nel migliorare le condizioni di vita nei Territori Occupati Palestinesi.2 Per tutti quei giovani che avevano resistito protestando ed esercitando la sumud, la resilienza, rimanevano solo disillusione e amarezza: “Una volta eravamo orgogliosi di pensare come stessimo lottando per la libertà. È questa la libertà? Per cosa è morto Ali? Per cosa sono morti tutti loro?”.3
Ventiquattro anni fa, il 2 giugno 2002, lo stesso campo profughi di Balata veniva invaso dalle truppe israeliane, portando all’arresto di 3000 palestinesi. La Seconda Intifada ruggiva da poco meno di due anni ma, come il vento sulle sterpaglie secche, diffondeva ovunque le sue fiamme. Fin dal principio era stata saggiamente alimentata dall’escalation di violenza: soltanto nei primi giorni della rivolta, l’IDF4 aveva sparato oltre 1,3 milioni di proiettili, causando uno “scioccante numero di morti”.5 Il conflitto che ne seguì fu particolarmente sanguinoso e venne segnato da attentati suicidi, esecuzioni sommarie e demolizioni forzate, fungendo a paradigma di ciò che avrebbe seguito.
L’anno scorso, il 2 giugno 2025, i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, in particolare sul campo profughi di Jabalia, hanno falcidiato almeno 47 vittime. Rispetto al passato, alla “falciatura dell’erba”,6 l’efferata violenza sembra non avere fine. Giorno dopo giorno, il massacro dei palestinesi prosegue indisturbato. Se le stime ufficiali riportano 72.796 morti,7 l’ammontare complessivo è plausibilmente superiore: The Lancet proietta almeno 186.000 vittime,8 mentre negli studi che considerano le morti indirette si arriva fino a 680.000 defunti.9 Come il vento, che soffia egualmente sul campo fiorito, è impossibile visualizzare pienamente l’entità e la reale estensione di quanto stia accadendo. Tuttavia, se vogliamo comprenderne la matrice e studiarne la traiettoria, serve utilizzare una lente d’analisi diversa.
1. Il sionismo e il colonialismo d’insediamento
Il sionismo è un’ideologia europea, concepita durante l’epoca dei nazionalismi e direttamente influenzata dagli sviluppi del vecchio continente. Difatti, senza le secolari persecuzioni a danno degli ebrei, difficilmente sarebbe mai stato teorizzato e messo in atto. Per comprendere l’emersione di tali idee, tuttavia, bisogna operare una distinzione tra odio antiebraico e antisemitismo moderno.
Hannah Arendt separa questi concetti, riconoscendo alle persecuzioni di matrice religiosa, presenti fin dal Medioevo, un carattere e una finalità spiccatamente diversa rispetto agli sviluppi del XIX secolo. Con la costruzione degli stati-nazione, fondati su un concetto di omogeneità della popolazione sul piano culturale, religioso e linguistico, “una ‘nazione nella nazione’ non poteva più essere tollerata”.10 Pertanto, i pogrom dell’Impero Russo della seconda metà del XIX secolo, assieme all’influenza delle nuove idee nazionali, portarono alcuni intellettuali ebrei a teorizzare la costituzione di una patria ebraica.
Tra questi vi era Theodor Herzl che, segnato dai risvolti dell’affaire Dreyfus11 in Francia, si mosse per costituire l’Organizzazione Sionista al Primo Congresso di Basilea del 1897. Il documento finale della conferenza, il Programma di Basilea, dichiarava che “Il sionismo punta a stabilire una patria per il popolo ebraico in Palestina, tutelata dal diritto pubblico”.12 Nonostante la pluralità delle prospettive e delle correnti ideologiche, dai socialisti fino ai revisionisti di destra, è rilevante quanto il punto comune raggiunto, tra mille compromessi, riguardasse la colonizzazione della Palestina.
Utilizzando una lente storica, il movimento sionista non si muoveva in controtendenza rispetto al resto del panorama europeo: le potenze del vecchio continente avevano colonizzato terre in ogni regione del globo, dall’Asia alle Americhe, sterminando le popolazioni native, saccheggiandone le risorse e legittimando il tutto con narrazioni di supremazia razziale. Tuttavia, rispetto a questi imperi coloniali, il sionismo aveva delle caratteristiche peculiari, che ne influenzavano scopi e metodi. Per comprendere la matrice ideologica del movimento, bisogna quindi affrontare la differenza tra colonialismo ‘classico’ e settler colonialism, o colonialismo d’insediamento.
Si raccontano due storie, legate da un filo: in entrambe, un estraneo irrompe in una dimora, abitata da una famiglia. Nel primo caso, l’invasore riduce in schiavitù gli abitanti originali, derubandoli dei possedimenti e costringendoli a lavorare per suo conto. Quasi come un parassita, è nel pieno interesse dell’occupante che la famiglia continui a lavorare in eterno, in modo da poterla sfruttare a oltranza. Per questo motivo, nonostante l’estraneo utilizzi la violenza, la tortura o qualche assassinio, non sarà mai spinto a sterminare interamente gli abitanti ‘indigeni’ della casa.
Molti degli imperi coloniali del XIX secolo funzionavano secondo logiche affini, fondate sul mantenimento delle operazioni estrattive e del lavoro forzato dei nativi. Nel secondo caso, l’occupante non è interessato al lavoro della famiglia, se non in minima parte: non è quello il suo obiettivo. Piuttosto, egli desidera rimpiazzarla completamente, rivendicando la casa per sé ed eliminando gli abitanti. Oltre all’utilizzo della forza, le narrazioni sono fondamentali per giungere a tale scopo: gli abitanti originali vengono eliminati dall’immaginazione dell’invasore, secondo la quale non erano mai stati presenti oppure non avevano mai ‘guadagnato’ i diritti di possedere l’abitazione, in quanto ‘non civilizzati’.
Quest’ultimo caso va inteso come un processo, un momento nel tempo che dovrebbe avere idealmente13 un inizio e una fine, raggiunta quando l’occupante verrebbe riconosciuto come abitante originario da parte dei suoi vicini. Le colonie di insediamento, come Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, hanno seguito tale percorso, arrivando a un punto dove la popolazione indigena era stata sterminata, ridotta all’irrilevanza o assimilata in modo diseguale.Secondo Lorenzo Veracini, il colonialismo di insediamento è “caratterizzato da una logica di eliminazione” avente lo scopo di “rimuovere le comunità indigene in un determinato territorio, o almeno di cancellarne l’autonomia politica”.14
Il primo passo verso la realizzazione di tale scopo avviene sul piano dell’immaginazione: il territorio viene rappresentato come ‘vacante’,15 in attesa di essere ‘nobilitato’ dal lavoro dei coloni. Il famigerato detto, parafrasato da Israel Zangwill, “una terra senza popolo, per un popolo senza terra”, racchiude perfettamente questa concezione: la Palestina non era considerata realmente vuota, ma era priva di un “popolo civilizzato”.16 Così facendo, mentre le popolazioni indigene vengono cancellate dalla concezione storica, i coloni pongono le basi per “indigenizzarsi”, narrando la colonizzazione come un “ritorno” alla loro terra ancestrale.17
Giunti nei territori scelti, le comunità dei coloni intraprendono un processo di separazione, erigendo barriere fisiche, mentali e istituzionali con la popolazione nativa. Nel caso della Palestina, le diverse aliyah18 finivano per creare insediamenti chiusi, delle vere e proprie “isole di coloni”.19 Tale isolamento è proprio del colonialismo di insediamento, in quanto necessario per la costituzione di entità sovrane in grado di rivendicare il territorio: un processo d’integrazione tra nativi e neo-arrivati coloni finirebbe soltanto per estinguerne le ambizioni, rendendo impossibile l’organizzazione e la coerenza ideologica.
Per queste ragioni, i coloni stabiliscono delle salde barriere comunitarie, sanzionando ogni tentativo di mescolamento (quali le unioni tra coloni e nativi) come una “malattia sessualmente trasmissibile”.20 Nel caso israeliano, ciò avvenne persino all’interno della polity dei coloni: gli ebrei mizrahim, gli orientali, immigrati in Israele dagli anni ‘50 in poi, subirono una sistematica discriminazione21 volta a ‘rieducarli’ dai “loro istinti selvaggi e primitivi”.22 Questi non erano altro che la loro cultura araba, lingua e costumi religiosi diversi, tutti aspetti non conformi all’idea di “bianchezza” ashkenazita europea, su cui era stata costruita la nuova identità dei coloni sionisti.
Un altro caposaldo di ogni progetto coloniale di insediamento è il concetto del trasferimento, ovvero la ‘depurazione’ della presenza indigena dai territori colonizzati. Questa può assumere diverse forme, dal genocidio alla pulizia etnica fino all’assimilazione forzata, ma termina sempre con la trasformazione delle popolazioni native in qualcos’altro. Se è vero, come sostiene Frantz Fanon, che “è il colono ad aver creato l’indigeno e a perpetuare la sua esistenza”,23 questi processi di trasferimento conducono alla cancellazione di ogni tipo di sovranità e rivendicazioni indigene, in quanto il legame con la terra viene strappato via, l’identità viene profondamente alterata o dispersa e le comunità stesse subiscono la frammentazione o l’eliminazione.
Ciò che rimane diventa inoffensivo alle rivendicazioni coloniali: avendone estirpato ogni legittimità, le comunità superstiti sono meramente degli ospiti nella terra di qualcun altro. Il successo o meno di tali processi distingue le colonie di insediamento vittoriose, come quelle menzionate in precedenza, da quelle fallimentari, come Israele, il Sudafrica dell’apartheid e la Rhodesia. Fra i vari tipi di trasferimento che Veracini individua, è rilevante riportarne qualcheduno.
Lo “sradicamento concettuale”, ad esempio, priva i nativi della loro indigenità, immaginandoli come componenti esterne che hanno varcato i confini dello spazio dei coloni. Queste fabbricazioni funzionano ricollegando gli indigeni a categorie più ampie, come la riduzione a semplici “arabi” per i palestinesi, permettendo così di immaginare un loro trasferimento in altri territori confinanti.24 Il “trasferimento narrativo”, invece, agisce delimitando mentalmente i nativi come arretrati, oppure collocando la loro resistenza al passato, rimpiangendo la loro inevitabile scomparsa dinanzi alle forze della storia. Il risultato è che ogni forma di rivendicazione presente finisce per essere così delegittimata, essendo la questione indigena relegata ai fasti della storia.25 Come riportato dalla ricostruzione di Nur Masalha, il concetto di trasferimento è stato un cardine del pensiero sionista fin dalle origini.
Herzl, nel 1895, annotava sul suo diario l’idea di “incoraggiare gli squattrinati [i contadini palestinesi] ad attraversare la frontiera, trovando loro lavoro nei paesi di transito e negandogliene nel nostro”.26 Da questa voce possiamo già cogliere alcuni elementi ricorrenti nella dottrina politica che si sarebbe sviluppata: la concezione esclusivista di lavoro ebraico, fondamentale per costituire entità autonome, e il ‘trasferimento volontario’. Difatti, tolti alcuni elementi più oltranzisti, per decenni il movimento sionista pensò di poter causare uno sfollamento di massa meramente tramite mezzi economici, ipotizzando l’acquisto di terre in altri paesi dove poter mandare i fellahin, braccianti e contadini palestinesi, a cui avevano comprato i possedimenti.
Questa concezione orientalista si rivelò ovviamente avventata, in quanto trascurava completamente il legame tra popolazioni indigene e terra. D’altro canto, per massimi esponenti come Israel Zangwill, “[In Palestina] non [c’era] alcun popolo arabo che [viveva] in intima fusione con la terra, […]: al massimo [c’era] un accampamento arabo”. Difatti, la delegittimazione della presenza palestinese era cruciale per sostenere la colonizzazione e creare una forma mentis in grado di giustificare qualsiasi tipo di violenza commessa nei loro confronti.
Nel corso del tempo, seppur mascherata dall’eleganza delle parole, la volontà di compiere una pulizia etnica venne affermata sempre più saldamente: ad esempio, Chaim Weizmann, a capo della delegazione sionista alla conferenza di pace di Parigi del 1919, invocò una Palestina “tanto ebraica quanto l’Inghilterra è inglese”.27 La Dichiarazione Balfour, che garantiva l’appoggio del governo inglese “all’istituzione di un focolare nazionale per il popolo ebraico in Palestina”, e la costituzione del Mandato Britannico nel 1922 avanzarono significativamente la portata della colonizzazione sionista. Tramite le sue riforme, l’amministrazione mandataria stravolse la geografia economica e sociale della Palestina, permettendo ampie quote d’immigrazione ebraica e l’acquisto di territori.
In quei decenni, il movimento sionista, nella figura dell’Agenzia Ebraica, divenne “il collaboratore prefabbricato ideale delle iniziative imperiali”,28 andando a istituire un’amministrazione parallela e finendo per occuparsi di servizi chiave, come il monopolio sull’elettricità. Mentre figure del calibro di Winston Churchill, all’epoca Segretario Coloniale, sostenevano come “nemmeno in mille anni gli arabi sarebbero riusciti a elettrificare e irrigare la Palestina”,29 la struttura del mandato era articolata in modo da impedire lo sviluppo palestinese, sostenendo in maniera diseguale le istituzioni sioniste.30
Queste contraddizioni fondamentali causarono sempre più attriti fra la popolazione nativa, i coloni e l’amministrazione britannica, finendo per degenerare in uno scontro aperto: la Grande Rivolta del 1936-9. Se la ribellione palestinese riuscì a strappare, temporaneamente, importanti concessioni alla leadership britannica, come il rigetto formale dello spirito della Dichiarazione Balfour, il prezzo fu esoso: la dirigenza nazionalista venne completamente annientata, grossa parte della popolazione rimase stremata dagli scioperi e le istituzioni sioniste si rafforzarono enormemente. Le milizie paramilitari sioniste, come l’Haganah, accrebbero significativamente di numero, venendo addestrate direttamente dalle forze speciali inglesi per reprimere la ribellione palestinese. 31
Di conseguenza, la dirigenza sionista stava considerando sempre più la soluzione militare alla questione palestinese: i “trasferimenti volontari” riguardavano un eventuale accordo con gli stati arabi confinanti, non con i diretti ‘volontari’.32 Già nel 1938 David Ben-Gurion, a capo dell’Agenzia Ebraica, esprimeva la sua volontà di occupare l’intera ‘Terra d’Israele’ tramite un’operazione militare che avrebbe coinvolto qualsiasi territorio lasciato da un’eventuale partizione: “Questo è soltanto un passaggio nella realizzazione del sionismo e dovrebbe preparare il terreno per la nostra espansione nell’intero paese […][ciò] non avverrà moraleggiando o predicando […], ma con i mitragliatori”.33
Dieci anni dopo, la sua ambizione si avverò.L’annunciato ritiro delle truppe inglesi dalla Palestina, previsto entro il 1948, accentuò la conflittualità che si era andata a creare nel corso degli anni tra le comunità. L’amministrazione mandataria non aveva portato a termine i suoi compiti, il popolo palestinese non sarebbe stato accompagnato verso l’indipendenza finché non fosse stato in grado “di stare in piedi da solo”.34
Al contrario, aveva sostenuto con ogni mezzo a sua disposizione le istituzioni sioniste, un vero Stato nello Stato, senza mai investire in una soluzione al conflitto sempre più severo. A seguito di ogni rivolta erano state convocate delle commissioni d’inchiesta, le quali avevano sempre dato le stesse raccomandazioni:35 mettere fine all’immigrazione e alla vendita delle terre ai sionisti. Queste non erano mai state rispettate, a causa delle pressioni diplomatiche sapientemente orchestrate da Weizmann, portando così a un’escalation crescente della violenza.
La Gran Bretagna decise così di delegare la decisione alle neonate Nazioni Unite che, senza tener conto delle posizioni palestinesi, usarono fin dal principio il criterio della partizione come paradigma risolutivo.36 Secondo Walid Khalidi, fu una decisione particolarmente avventata concedere “metà della Palestina a un movimento ideologico che dichiarava apertamente, già negli anni Trenta, la propria intenzione di dearabizzare la Palestina”.
Lo stesso Ben Gurion credeva fermamente che solamente “uno Stato con almeno l’80% di ebrei [fosse] stabile e sostenibile”,37 traducendo questa concezione di ‘equilibrio demografico’, ovvero suprematismo di una sola etnia, in piani concreti per la pulizia etnica della Palestina mandataria. La Nakba, la catastrofe che risultò nello sfollamento forzato di oltre 750.000 palestinesi e in più di 13.000 vittime, non sarà oggetto di approfondimento in questo articolo. Se in questa prima parte abbiamo osservato la matrice ideologica del sionismo e l’evoluzione concettuale del suo progetto coloniale di insediamento, bisogna adesso trattare del modo in cui ha fallito nel cristallizzarsi, restando intrappolato in una spirale di violenza crescente.
2. L’inganno del sionismo
All’indomani del cessate il fuoco del 1949, il neonato Stato israeliano controllava il 78% del territorio della Palestina mandataria, mentre Egitto e Giordania occupavano rispettivamente la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. I palestinesi si trovarono così frammentati per campi profughi in tutta la regione, in condizioni di estrema indigenza e precarietà.
All’interno dello Stato israeliano ne erano rimasti solamente 160.000, rinchiusi in campi militari dove subivano una dominazione di tipo coloniale,38 nonostante fossero, secondo il diritto internazionale, cittadini a pieno diritto. Sebbene potessero votare, con alcuni limiti gravosi,39 si trovarono sotto un regime di occupazione militare e segregazione sempre più istituzionalizzata. Difatti, gli elementi socio-giuridici che andarono a definire la cittadinanza israeliana non furono determinati “da una visione ideale di chi doveva essere incluso, quanto piuttosto dall’imperativo assoluto di chi doveva esserne tenuto fuori”,40 creando, secondo Hassan Jabareen, “un regime di apartheid […] con l’elemento aggiuntivo della dominazione da parte di un esercito etnicamente ebraico”.41
Applicando le lenti del colonialismo di insediamento, potremmo isolare il periodo compreso tra il 1948-67 come una fase di consolidamento, dove, gradualmente, il progetto sionista si normalizzò. Nonostante sul piano internazionale Israele non fosse riconosciuto dai suoi diretti vicini, godeva di ampio sostegno dal blocco occidentale, secondo le logiche della Guerra Fredda.
Al suo interno, grazie a una rinnovata operazione di costruzione nazionale, il colonialismo di insediamento si stava estinguendo. I palestinesi subivano ancora discriminazioni ed erano effettivamente cittadini di seconda classe, ma il governo militare che li governava era stato abolito nel 1966. Complessivamente, stava avvenendo un processo di normalizzazione e integrazione subalterna, con lo scopo di portare legittimazione allo Stato ed estinguere le richieste politiche degli israelo-palestinesi.42
La Guerra dei Sei Giorni del 1967, che condusse all’occupazione israeliana della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme Est, delle alture del Golan e della penisola del Sinai, cambiò tutto. Rispetto alla Nakba, le truppe dell’IDF non riuscirono a espellere la maggior parte degli abitanti dei Territori Palestinesi Occupati (da qui, TPO), fallendo nel creare una minoranza ‘gestibile’. Piuttosto, venne scelta una formula riassumibile con l’annessione del territorio senza la popolazione,43 lasciando centinaia di migliaia di palestinesi in un limbo giuridico, senza qualsiasi tipo di cittadinanza.
Possiamo racchiudere in queste fatidiche decisioni le radici del fallimento del progetto coloniale di insediamento sionista. Dal 1967 in poi i TPO vennero progressivamente colonizzati, tramite la costruzione di insediamenti volti a racchiudere in tanti piccoli recinti le città e i villaggi palestinesi, distruggendo ogni contiguità territoriale tra di loro.44 Tuttavia, rispetto al passato, in cui era stata offerta un’assimilazione selettiva e subordinata, l’occupazione mantenne una “stretta separazione tra dominatore e dominato”.45
Quest’ultima, fondamentale per garantire la sicurezza dei coloni e l’espropriazione delle terre palestinesi, produsse tuttavia una contraddizione fondamentale. Se la normalizzazione e l’integrazione subalterna è fondamentale per la realizzazione di un progetto coloniale d’insediamento, la rigida separazione determinata dalla continua costruzione di colonie generò delle forme di relazioni prettamente coloniali.
Secondo Veracini, tali condizioni resero impossibile l’affermazione di un paradigma coloniale di insediamento, portando al suo “fallimento strategico”.46 E se “l’infrastruttura dell’occupazione venne creata per garantire la viabilità degli insediamenti, ora sono questi a perpetuare il bisogno di un’occupazione permanente”.47
Riassumendo, abbiamo visto come lo scenario post-1967 (e in particolare dopo le chiusure determinate dalla reazione alla Prima Intifada del 1987-93) abbiano generato una contraddizione fondamentale tra gli obiettivi ultimi del sionismo e i metodi utilizzati per raggiungerli. Ora dobbiamo affrontare le conseguenze di questa trappola, esplorando il modo in cui Israele reagisce dinanzi a questa strada senza uscita.
A partire dalla Seconda Intifada (2000-2005), l’uso della violenza nei confronti dei palestinesi divenne molto più comune e brutale che mai: dai bombardamenti aerei all’utilizzo dei carri armati,48 vennero mietute migliaia di vittime. L’assedio alla Striscia di Gaza e le ripetute campagne militari contro di essa esemplificano meglio questo approccio intensificato, terminato infine con il massacro a cui assistiamo oggi. Come si è arrivati a questo risultato?
Come analizzato in precedenza, il contesto dell’occupazione dei TPO lasciava il decisore israeliano dinanzi a un bivio: integrare la popolazione palestinese concedendo diritti e cittadinanza, compromettendo permanentemente la maggioranza ebraica dello Stato (leggasi supremazia ebraica), oppure rinunciare all’occupazione virando verso una soluzione a due stati, rimuovendo tutti gli insediamenti illegali dai TPO.
Entrambe queste strade erano inaccettabili secondo il paradigma sionista, portando quindi alla trappola attuale: la disperata ricerca di un’uscita tramite la violenza. Fin dal principio, il sionismo ha puntato all’eliminazione dei nativi in quanto tali, rimuovendoli dallo spazio dei coloni fisicamente e mentalmente. La resistenza e resilienza palestinese, tuttavia, ha costantemente frustrato questi tentativi. Secondo Nadim Rouhana, è precisamente l’esistenza dei palestinesi a costituire una minaccia esistenziale per Israele, in quanto la loro presenza sfida l’assunto più fondamentale del colonialismo di insediamento: il possesso esclusivo della terra.49
Il fatto che essi continuino a esistere collettivamente, riaffermando la loro identità, il legame con la terra e il loro diritto all’autodeterminazione, impedisce ai sionisti di diventare realmente indigeni, rimanendo precariamente coloni. Non è un caso che ogni sfida al suprematismo ebraico, persino se avviene dall’interno d’Israele, tramite le richieste di uguaglianza dei cittadini israelo-palestinesi, venga confrontata con la repressione.50 Il sionismo è strutturalmente “incompatibile con una relazione paritaria con i palestinesi” essendo “apertamente opposto all’uguaglianza, alla condivisione del potere e all’appartenenza inclusiva”.51
Questi principi sono stati codificati definitivamente nella legge del 2018, di rango quasi-costituzionale, che stabilisce come non solo “Israele sia lo Stato-nazione del popolo ebraico”, ma che “solamente gli ebrei abbiano il diritto di esercitare l’autodeterminazione”.52 Sia strutturale, culturale o fisica, la violenza nei confronti dei palestinesi viene continuamente alimentata dalla loro resilienza e da quella che è stata altrove definita come la “religione della sicurezza”,53 un complesso mentale che risponde all’insicurezza tipica di un progetto coloniale d’insediamento con pratiche volte a giustificare politiche estremiste ed escalatorie.54
Questa trappola, in grado di autoalimentarsi, non è nuova agli stessi ideologhi sionisti: Vladimir Jabotinsky, le cui idee sono alla base del Likud, teorizzava già nel 1923 come i nativi non avrebbero mai accettato il furto della loro terra. Consapevole di ciò, egli propose una dottrina securitaria, “il Muro di Ferro”, con cui avrebbero dovuto affrontare la resistenza indigena.55 Nella pratica, tali idee non solo hanno creato una trappola, a causa della violenza crescente con cui dover affrontare una resistenza impossibile da eradicare, se non con la distruzione totale, ma anche un inganno.
Se il sionismo nasce con l’obiettivo di autodeterminare gli ebrei, creando un luogo sicuro dalle persecuzioni europee, la sua natura esclusivista nei confronti della popolazione nativa costituisce un fattore di eterna insicurezza, affrontata con un’escalation costante di violenza ed estremismo.56 Inevitabilmente, questi fattori creano una costante instabilità attorno e dentro Israele, mettendo la sua popolazione ebraica intrinsecamente a rischio.
3. Il superamento del sionismo e la pace
Finora abbiamo indagato sulla matrice del progetto sionista, sulla sua evoluzione e sulle sue contraddizioni. La strada che abbiamo percorso non isola nel tempo eventi come la Nakba, la Seconda Intifada e il massacro attuale, piuttosto ricostruisce il filo che li lega e il loro posto all’interno della struttura coloniale d’insediamento. Senza menzionare esplicitamente il processo di pace di Oslo, o i tentativi successivi, abbiamo mostrato come delle logiche fondamentali del sionismo impediscano una vera pace, fondata su criteri di giustizia e reciprocità.
Se, come sostiene Rouhana, “il sionismo […], fin dalla sua concezione, è rimasto intrappolato in un percorso che può essere perseguito solamente tramite un’escalation della violenza”,57 allora la soluzione risiede al di là di tale comparto ideologico. Bisogna quindi analizzare cosa significhi esattamente decolonizzare la Palestina, le conseguenze per tutti gli attori coinvolti e il futuro incombente.
A differenza del colonialismo classico, il colonialismo di insediamento è particolarmente resiliente. Persino in alcuni dei luoghi dove ha ultimamente fallito, come il Sudafrica, sono rimaste forme tali da far discutere sull’avvenuta o meno decolonizzazione.58 Se nel tipico processo di decolonizzazione le popolazioni native riacquistano l’indipendenza politica dal paese colonizzatore, cacciandone i soldati e gli amministratori, il colonialismo di insediamento porta con sé delle sfide più complesse. Secondo Veracini, vi sono tre possibili esiti dinanzi a tale questione: l’evacuazione dei coloni,59 la riconciliazione indigena60 e il rifiuto.
La prima opzione non è necessariamente correlata con la cacciata violenta dei coloni, spesso sono essi stessi a partire o semi-migrare verso altre parti del territorio. Difatti, considerando quanto la loro narrativa si fondi su una logica da gioco a somma zero, qualsiasi compromesso con le comunità native viene visto come una minaccia esistenziale o una sconfitta assoluta. Per questa ragione non vengono costruite delle “relazioni decolonizzate” tra indigeni e coloni, impedendo qualsiasi tipo di rapporto paritario persino dopo la loro fuga o cacciata.61
Queste eventualità sono storicamente più tipiche in colonie d’insediamento fallite, dove la popolazione nativa è rimasta una parte significativa o maggioritaria del totale. Quando invece si affronta tale quesito in stati dove i processi di eliminazione sono stati particolarmente efficaci, dove le popolazioni native sono state ridotte a minoranze irrilevanti, nascono percorsi radicalmente diversi. Faticosamente, con forti opposizioni, vengono create commissioni d’inchiesta sul passato, sulle atrocità inflitte, e vengono ipotizzati degli arrangiamenti istituzionali per colmare il divario col passato, garantendo più autonomia o riconoscendo la memoria storica.
Naturalmente, tali processi di riforma, specie se prevedono “trasformazioni legislative o costituzionali” (quindi non solo simboliche), “si sono dimostrati estremamente difficili […] e in alcune giurisdizioni si sono infine arenati”.62 Difatti, spesso le società dei coloni tendono a rinchiudersi su loro stesse, negando i loro ‘peccati originali’ (come lo storico diniego israeliano della Nakba) e con essi qualsiasi forma di riconciliazione storica.
Ad esempio, nel 1993, gli storici accordi di Oslo si fondarono su una concezione di pace de-storicizzata che, partendo dal 1967 e dall’occupazione dei territori, escludeva completamente le questioni più cruciali, legate alla fondazione d’Israele. Generalmente parlando, il caso palestinese male si adatta ad altri esempi conosciuti di decolonizzazione: l’esempio del Sudafrica, spesso citato e comparato, non coglierebbe la complessità del caso, oltre che i cruciali equilibri demografici.
Per proporre un esempio funzionale di decolonizzazione adattabile al contesto israelo-palestinese, bisogna prima di tutto partire dagli elementi essenziali. Secondo Carole Pateman, bisogna recidere il contratto coloniale originario (the settler contract),63 stipulato tra la comunità dei coloni e imposto ai nativi, responsabile dell’imposizione della loro sovranità sui territori considerati ‘vacanti’. Ciò implica un processo profondo, in quanto la concezione dell’appartenenza della terra, così come la sua rivendicazione, sono legate alla legittimità immaginata del processo di insediamento.
Fare i conti con il passato significa non solo riconoscere “l’Altro”, ma anche una trasformazione dell’ “Io”.64 Hagar Kotef esprime meglio il quesito alla base di tale metamorfosi: “come è possibile mettere in dubbio la legittimità della propria dimora; come è possibile riconoscere i torti che sono racchiusi nella stessa natura della propria esistenza politica?”.65 Secondo l’autrice, per un colono la violenza “emerge come precondizione per l’integrità della propria soggettività”.66 Pertanto, non dovrebbe sorprendere la difficoltà per un ebreo israeliano sionista di mettere in dubbio il suo intero universo cognitivo, legato saldamente a tutte le verità, a tutto il ‘senso comune’ che ha appreso nel corso della sua esistenza. Eppure è proprio questo il primo passo verso la pace: decolonizzare la mente.
Se riconoscere il passato è cruciale, collegarlo al presente e alle relazioni con gli indigeni è fondamentale, pena altrimenti relegare la loro lotta per l’autodeterminazione al passato, estinguendola. L’uguaglianza sarà cruciale nell’animare questo nuovo rapporto, restituendo sovranità e legittimità all’esistenza nativa, superando così il suprematismo etnico di un gruppo sull’altro. Per queste ragioni, come sostenuto da Rouhana, è indispensabile immagine un futuro senza sionismo, vista la sua incapacità di concepire delle relazioni eque con i palestinesi.67
In senso più pratico, alcuni dei processi che serviranno alle due comunità apparterranno alla giustizia di transizione, intesa come “l’insieme dei meccanismi che affrontano le violazioni storiche di diritti umani e la violenza politica in società che stanno attraversando qualche forma di transizione politica”.68 Uno degli esempi più celebri è sicuramente quello della Truth and Reconciliation Commission del Sudafrica, un tribunale speciale istituito per indagare sui crimini dell’era dell’apartheid e promulgare amnistie per crimini politici, a condizione di una confessione pubblica e completa dei responsabili. Simili meccanismi possono riuscire nel dare chiusura ai familiari delle vittime, oltre che servire la società tutta nella storicizzazione del proprio passato, permettendo di andare avanti.
Brendan Browne, tuttavia, mette in guardia dal relegare la verità al passato: “il ruolo della giustizia di transizione, nei contesti coloniali di insediamento, deve garantire che le perdite e i traumi indigeni da parte dei coloni siano di dominio comune”, collegando il passato alla “lotta contro le strutture d’oppressione attuali”.69 Difatti, non basta solamente il riconoscimento, ma anche la restituzione: la decolonizzazione lavora sia sul piano della narrativa, che quello materiale.
Senza un profondo sistema di riforme, volto a redistribuire e compensare i nativi delle perdite subite dalla struttura coloniale di insediamento (come la garanzia del diritto al ritorno per i profughi palestinesi), l’oppressione cambia solamente volto. Da una discriminazione etnica si può passare a quella di classe (vedi il caso sudafricano), a causa delle disuguaglianze insite nel sistema.
Conclusioni
Come il vento, simili idee sembrano distanti, inafferrabili. La distruzione portata avanti da Israele nei confronti dei palestinesi e di tutta la regione sembra non aver fine. Il ‘realismo colonialista’ vuole sembrare il nostro passato, presente e futuro, per celare le profonde contraddizioni che lo attraversano con un’immagine di forza e stabilità. Eppure è proprio tramite l’immaginazione di un futuro migliore, possibile, che persino i sistemi imperturbabili crollano.
In questo articolo abbiamo osservato la matrice del sionismo, ripercorso la sua evoluzione storica ed esaminato il legame con gli eventi attuali, senza cadere nel mero determinismo. La decolonizzazione descritta dagli autori non si basa sulla semplice cacciata dei coloni, paradigma più consono rispetto al colonialismo ‘classico’, quanto alla creazione di nuovi rapporti paritari. Per i settlers, tale riconoscimento potrebbe sembrare catastrofico, pari a uno shock psicologico, eppure è fondamentale per garantirne la sicurezza. Difatti, abbiamo visto come il sionismo racchiuda al suo interno non solo una trappola, insita nella sua escalation crescente di violenza, ma anche un inganno fondamentale: proprio questi meccanismi generano costante insicurezza per il popolo ebraico, tradendo uno dei suoi obiettivi primordiali.
In ultima analisi, questa storia riguarda anche noi. La questione palestinese è diventata il paradigma dei nostri tempi, andando a influenzare non solo il sistema internazionale, ma anche le nostre società e noi stessi. In questi ultimi tre anni, molte delle certezze che ci accompagnavano sono state sistematicamente demolite, alcune in maniera implicita. Allo stesso tempo, una generazione è insorta per opporsi al collaborazionismo delle proprie società con la struttura coloniale sionista. Per molti di loro sarà impossibile dimenticare cosa ha fatto Israele, impedendo una sua qualsiasi normalizzazione.
Dalle strade di tutto il mondo fino a Gaza, come il vento che spira sulle vele.
- Ghassan, K. (1956). “Lettera da Gaza”. https://www.marxists.org/archive/kanafani/1956/letterfromgaza.htm ↩︎
- Giuridicamente intesi come la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est, ovvero i territori occupati militarmente da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. ↩︎
- Andoni, L. (1997). Searching for Answers: Gaza’s Suicide Bombers. p.11. Journal of Palestine Studies, 26(4), 33-45. JSTOR. ↩︎
- Acronimo di Israel Defence Forces, l’esercito israeliano. ↩︎
- Khalidi, R. I. (2020). The Hundred Years’ War on Palestine. p.228-9. Londra, Profile Books. ↩︎
- Cinico gergo in riferimento alle campagne militari contro la Striscia di Gaza dopo la Seconda Intifada. Cfr. https://blogs.lse.ac.uk/mec/2018/05/10/mowing-the-grass-and-the-force-casualty-tradeoff/ ↩︎
- https://news.un.org/en/story/2026/05/1167538 ↩︎
- Khatib, Rasha et al. (2024). “Counting the dead in Gaza: difficult but essential”. The Lancet, Volume 404, Issue 10449, 237 – 238. ↩︎
- Hil, Richard et Polya, Gideon. (2025). “Skewering History: The Odious Politics of Counting Gaza’s Dead”. https://arena.org.au/politics-of-counting-gazas-dead/ ↩︎
- Arendt, H. (ed.2009). “Le origini del totalitarismo”. p.16. Einaudi Editore. ↩︎
- Famigerata vicenda giudiziaria in cui un ufficiale dell’esercito francese di origine ebraica, Alfred Dreyfus, venne ingiustamente accusato e condannato per spionaggio nei confronti della Germania. Tra i depistaggi e le false testimonianze, la vicenda mobilitò l’opinione pubblica francese (tra cui Émile Zola con il pezzo “J’accuse”), mostrando la polarizzazione e l’antisemitismo della società. ↩︎
- Cfr. https://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/cm/periodical/titleinfo/3476256 ↩︎
- Almeno secondo le intenzioni dei coloni. La struttura coloniale d’insediamento tende a persistere e non estinguersi, a meno che non avvengano deportazioni di massa, genocidi oppure l’esodo degli stessi coloni. ↩︎
- https://gliasinirivista.org/una-logica-di-cancellazione/ ↩︎
- Veracini, L. (2024). “Settler Colonialism: A Theoretical Overview”. p.93. Cham, Switzerland: Springer Nature. ↩︎
- Doumani, B. B. (1992). Rediscovering Ottoman Palestine: Writing Palestinians into History. p.4. Journal of Palestine Studies, 21(2), 5–28. JSTOR. ↩︎
- Veracini, L. (2024). p.22. ↩︎
- Dall’ebraico “ascesa” o “salita” (עֲלִיָּה), intesa secondo termini di elevazione spirituale, venne usata per indicare l’immigrazione sionista in Palestina. Il suo antico significato faceva riferimento ai pellegrinaggi necessari per raggiungere Gerusalemme durante la festività della Pasqua ebraica. ↩︎
- Pappe, I. (2014). “Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli.”p.73. Giulio Einaudi Editore. ↩︎
- Veracini, L. (2024). p.36. ↩︎
- Articolata tramite campi di rieducazione, il furto dei bambini e la sterilizzazione forzata. Cfr. Shohat, E. (1999). “The Invention of the Mizrahim”. Journal of Palestine Studies, 29(1), 5–20. ↩︎
- Torstrick, R. L. (2000). “The Limits of Coexistence: Identity Politics in Israel”. p.36. University of Michigan press. ↩︎
- Fanon, F. (ed.1962). “I dannati della terra”. p.28. Einaudi Editore. ↩︎
- Veracini, L. (2024). pp.42-3. ↩︎
- Ivi, pp.48-50. ↩︎
- Masalha, N. (1992). “Expulsion of the Palestinians: The Concept of ‘Transfer’ in Zionist Political
Thought, 1882–1984”. p.9. Washington, DC, Institute of Palestine Studies. ↩︎ - Ivi, p.12. ↩︎
- Veracini, L. (2024). p.35. ↩︎
- LeVine, M. (1995). THE DISCOURSES OF DEVELOPMENT IN MANDATE PALESTINE. p.16. Arab Studies Quarterly, 17(1/2), 95–124. JSTOR. ↩︎
- Ibide ↩︎
- Cfr. Hughes, M. (2015). “Terror in Galilee: British-Jewish Collaboration and the Special Night Squads in Palestine during the Arab Revolt, 1938–39”. The Journal of Imperial and Commonwealth History. Vol. 43, No.4. Masalha, N. (1992). p.107. ↩︎
- Masalha, N. (1992). p.107. ↩︎
- Ivi, p.108. ↩︎
- Cfr. Statuto della Società delle Nazioni, articolo 22. ↩︎
- Per approfondire: British and International Commissions of Inquiry in Mandate Palestine, 1919-46. https://www.palquest.org/en/overallchronology?nid=154&chronos=154 ↩︎
- Pappe, I. (2021). “La pulizia etnica della Palestina”. pp.54-5. Fazi Editore. ↩︎
- Ivi, p.74. ↩︎
- Degani, A. (2014). “The decline and fall of the Israeli Military Government, 1948–1966: A case of settler-colonial consolidation?”. p.12. Settler Colonial Studies, 5(1), 84-99. https://doi.org/10.1080/2201473X.2014.905236 ↩︎
- Cfr. Jabareen, H. (2014). “Hobbesian Citizenship: How the Palestinians Became a Minority in Israel”. In Multiculturalism and minority rights in the Arab world. p.201. Oxford University Press. ↩︎
- Robinson, S. (2013). “Citizen Strangers: Palestinians and the Birth of Israel’s Liberal Settler State”. p.72. Stanford University Press. ↩︎
- Jabareen, H. (2014). p.203. ↩︎
- Degani, A. (2014), pp.20-21. ↩︎
- Pappe, I. (2022). “La prigione più grande del mondo. Storia dei Territori Occupati”. p.121. Fazi Editore. ↩︎
- Ivi, p.151. ↩︎
- Veracini, L. (2013). “The Other Shift: Settler Colonialism, Israel, and the Occupation”. p.6. Journal of Palestine Studies, 42(2), 26–42. JSTOR. ↩︎
- Ivi, pp.6-8. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Esposito, M. K. (2005). “The al-Aqsa Intifada: Military Operations, Suicide Attacks, Assassinations, and Losses in the First Four Years”. p.2. Journal of Palestine Studies, 34(2), 85–122. JSTOR. ↩︎
- Rouhana, N. N. (2023). “Daring to Imagine: a Future Without Zionism”. p.13. State Crime Journal, 12(2), 279–303. JSTOR. ↩︎
- I cittadini israelo-palestinesi vennero definiti come una “minaccia strategica” da parte del capo dello Shin Bet (i servizi segreti israeliani) nel 2007. Cfr. Klein, Y. (2007) “None of the Shin Bet’s Business” Haaretz, 20 September. Available online at: https://www.haaretz.co.il/opinions/2007-09-30/ty-article/0000017f-f669-d887-a7ff-feed0acd0000 ↩︎
- Rouhana, N. N. (2023). p.2. ↩︎
- https://main.knesset.gov.il/en/news/pressreleases/pages/pr13978_pg.aspx ↩︎
- Arian, A., Talmud, I., & Hermann, T. (2018). “National Security and Public Opinion in Israel”. p.96. Routledge. https://www.rahs-open-lid.com/wp-content/uploads/2024/01/Arian-Asher-Ilan-Talmud-and-Tamar-Hermann-National-Security-and-Public-Opinion-in-Israel-Westview-Press-1988.pdf ↩︎
- Rouhana, N. N. (2023). p.13. ↩︎
- Ivi, p.14. ↩︎
- Ibidem ↩︎
- Ivi, p.2. ↩︎
- Cfr. Park, A. S.J. (2021). “Settler Colonialism and the South African TRC: Ambivalent Denial and Democratization Without Decolonization”. Social & Legal Studies 2022, Vol. 31(2) 216–237. https://doi.org/10.1177/09646639211022786 ↩︎
- I casi sono molti, vedi: Algeria, Libia, Kenya, Angola, Mozambico, Namibia, Zimbabwe ecc. ↩︎
- Simili processi sono avvenuti, parzialmente o con diversi gradi di successo, in paesi come l’Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. ↩︎
- Veracini, L. (2024). p.118. ↩︎
- Ivi, p.119. ↩︎
- Ivi, p.116. ↩︎
- Jamal, A. (2000). “The Palestinians in the Israeli Peace Discourse: A Conditional Partnership”. p.3. Journal of Palestine Studies, 30(1), 36–51. JSTOR. ↩︎
- Kotef, H. (2020). “The Colonizing Self. Or, Home and Homelessness in Israel/Palestine”.pp. xi–xii. Duke University Press. ↩︎
- Ivi, p.18. ↩︎
- Rouhana, N. N. (2023). pp.16-7. ↩︎
- Sharp, D. N. (2013). “Interrogating the peripheries: The preoccupations of fourth generation transitional justice”. p.153. Harvard Human Rights Journal, 26. ↩︎
- Browne, B. C. (2023). “Transitional (in)justice and enforcing the peace on Palestine”. p.42. Cham, Switzerland: Springer Nature. ↩︎





