“Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni:

l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel

 in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi 

può all’inizio sembrare economicamente

inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico.”

Alex Bein

Quando Ilan Pappe pubblicò “La pulizia etnica della Palestina”, nel 2006, la Seconda Intifada si era da poco conclusa nei Territori Occupati Palestinesi. Nell’introduzione motivò la sua ricerca non soltanto col fine di “capire fino in fondo le radici dell’attuale conflitto israelo-palestinese”, ma anche come “imperativo morale di continuare la lotta contro la negazione del crimine”. Entrambi gli aspetti erano alla base del sanguinoso conflitto che si era appena consumato: durante il processo di pace di Oslo, terminato con il Vertice di Camp David, la negazione della responsabilità israeliana della Nakba (e quindi della questione dei rifugiati palestinesi) era sempre rimasta una costante. Quest’ultimo punto, cardine della narrazione officiale sionista, afferma che i profughi palestinesi fuggirono “volontariamente” dalle loro abitazioni sotto incitamento degli eserciti arabi.

Nonostante le scoperte del gruppo dei ‘nuovi storici’ israeliani, che a partire dalla fine degli anni ‘80 confutarono tale tesi utilizzando documenti d’archivio desecretati, la teoria dell’esilio volontario è perdurata nel dibattito pubblico interno al paese. Nel suo saggio, Pappé ha introdotto degli elementi innovativi rispetto alle ricerche dell’epoca: la cornice della pulizia etnica come paradigma con cui pensare la Nakba, proponendo quindi il profilo dell’intenzionalità e della pianificazione sistematica delle operazioni. L’autore in particolare rifiuta la concezione, ampiamente sostenuta da Benny Morris, che la guerra “tragicamente, ma inevitabilmente portò all’espulsione della popolazione nativa”, affermando quanto l’obiettivo fosse “la pulizia etnica di tutta la Palestina, che il movimento ambiva per il suo nuovo Stato”. Nonostante le diverse critiche, approfondite in seguito, il dibattito accademico tra proponenti del paradigma della pulizia etnica e di quello genocidario non ha ancora raggiunto un pieno consenso su ogni aspetto della Nakba nella sua concezione estesa.

Al fine di identificare la pulizia etnica della Palestina come un ‘masterplan’, Pappé ha speso ampie porzioni del suo saggio per dettagliare il filo ideologico che ha guidato i decisori nella loro impresa colonizzatrice: il sionismo. Emerso in Europa verso la fine del XIX secolo, nel contesto dell’ascesa dei nazionalismi e dei pogrom della Russia zarista, il movimento nazionalista mirava a costituire la nazione ebraica e ad autodeterminarla in uno Stato sovrano e indipendente.

Nonostante le divergenze tra le diverse correnti, “la maggior parte dei leader del movimento sionista associava questo risveglio nazionale con la colonizzazione della Palestina”, specialmente dopo che le altre opzioni territoriali vennero definitivamente scartate a partire dal 1904, rendendo “l’orientamento verso la Palestina […] definitivo e consensuale”. All’epoca, il territorio su cui sbarcarono i primi coloni venne immaginato come ‘vacante’, una terra vergine pronta per essere nobilitata dalla loro presenza e lavoro. Come in altri casi affini di colonialismo di insediamento, la Palestina non era realmente vuota. I nativi vennero tuttavia rimossi dalla cognizione coloniale, delegittimando la loro presenza e associandoli a elementi del paesaggio da domare. Difatti, fin dai primi ideologhi del sionismo, la sorte prevista per i palestinesi era quella del ‘trasferimento’ al di fuori della terra promessa, in modo da creare una comunità politica ‘pura’ all’interno dei confini dello Stato. Lo storico Nur Masalha ha dimostrato quanto tale concetto fosse onnipresente nella retorica pubblica e privata sionista, rivelandone la graduale evoluzione verso posizioni sempre più radicali e massimaliste.

Tali trasformazioni furono accompagnate dal cambiamento delle condizioni materiali e dei rapporti di forza in Palestina: l’occupazione britannica coincise con la Dichiarazione Balfour. Quest’ultima, seppur ambigua nella sua formulazione, si tradusse in un trattamento strutturalmente diseguale delle due comunità nell’amministrazione mandataria, privilegiando in ogni aspetto l’Agenzia Ebraica (l’organo di autogoverno dello Yishuv sionista in Palestina). Le tensioni derivanti da simili asimmetrie, assieme alle crescenti ondate migratorie ebraiche, esplosero periodicamente in scontri violenti, segnando un’escalation del conflitto negli anni ‘20 e ‘30. In risposta a ogni incidente, l’amministrazione britannica reagiva inviando commissioni d’inchiesta che, seppur raccomandassero la fine dell’immigrazione ebraica e la vendita delle terre palestinesi, venivano puntualmente ignorate grazie alle pressioni della lobby sionista in Gran Bretagna. Nello stesso periodo, la dirigenza sionista cambiò fondamentalmente strategia: se fino a quel momento aveva fatto affidamento sull’immigrazione, l’acquisto delle terre e l’espulsione dei contadini palestinesi, tali tattiche avevano prodotto scarsi risultati sull’occupazione effettiva del territorio. Pertanto, all’acuirsi del conflitto corrispose un cambio di paradigma, con David Ben Gurion che introdusse il concetto di “Forza e Opportunità”, incentrato sulla soluzione militare al ‘problema demografico’ della Palestina. I preparativi necessari per tale fine avvennero secondo una matrice duplice: tramite il rafforzamento delle capacità militari dell’Agenzia Ebraica da un lato e la schedatura sistematica di ogni villaggio e città palestinese dall’altro. Nella seconda metà degli anni ‘30, le milizie paramilitari sioniste come l’Haganah (letteralmente ‘difesa’) avevano superato i 10.000 membri, godendo dell’approvazione e dell’addestramento dell’amministrazione mandataria. Un ufficiale britannico, Orde Charles Wingate, ne addestrò alcune unità scelte alle tecniche contro-insurrezionali, fornendo un vocabolario pratico marcato da torture, decimazioni e distruzione. Tali squadroni (in cui vennero formate personalità del calibro di Yigal Allon e Moshe Dayan) poterono sperimentare le loro tattiche nella soppressione congiunta britannico-sionista della Grande Rivolta palestinese del 1936-39. Coerentemente con gli sforzi di preparazione bellica, servivano dati precisi di ogni insediamento arabo: a partire dal 1940 venne intrapreso un massiccio sforzo per mappare e schedare l’entroterra palestinese. Tale operazione, accompagnata dalla fondazione della Shai, il dipartimento d’intelligence dell’Haganah, fu tuttavia soltanto il culmine di un processo durato decenni. Già nel 1918 la Commissione Sionista inviata in Palestina aveva creato un ente preposto allo spionaggio della società palestinese e al catalogo della distribuzione fondiaria. Nel corso del tempo, tali sforzi vennero sistematizzati e integrati al lavoro che il Fondo Nazionale Ebraico compiva comprando terre per la colonizzazione sionista. Verso la fine degli anni ‘30, nonostante la schedatura dei villaggi fosse pressoché ultimata, la leadership dello Yishuv giudicò il lavoro insufficiente: gli scontri con la resistenza palestinese avevano dimostrato una carenza informativa sul piano bellico. Pertanto, tramite operazioni topografiche e la rinnovata infiltrazione degli ‘arabisti’ (orientalisti specializzati con una rete di informatori), vennero create mappe dettagliate con meticolosi dettagli socio economici, agronomici e, soprattutto, “l’indice di ostilità”, ovvero il tasso di partecipazione del villaggio alla rivolta del 1936-39. Come nota Pappé, questi dati furono cruciali nelle operazioni sistematiche di pulizia etnica del 1948, in quanto “alimentarono le peggiori atrocità nei villaggi portando a esecuzioni di massa e torture”.

Se, a prima vista, questi preparativi non possono costituire elementi sufficienti per determinare la pianificazione programmata delle espulsioni di massa, i documenti prodotti dall’esecutivo sionista, guidato da Ben Gurion, assieme ai discorsi e agli altri elementi contestuali, possono colmare il divario. Oltre al già menzionato lavoro d’archivio compiuto da Nur Masalha, che documenta la coerenza ideologica sionista riguardo ai trasferimenti e alla ‘dearabizzazione’ della Palestina, conviene tornare al lavoro della Commissione Peel del 1937 che, indagando sulle origini della Grande Rivolta dell’anno precedente, produsse il primo vero precedente legale per la pulizia etnica. Nel documento finale, difatti, raccomandò per la prima volta la partizione del territorio mandatario in tre entità distinte, proponendo l’espulsione di massa dei 225.000 palestinesi rimasti all’interno del proposto Stato ebraico. In risposta a questi sviluppi, Ben Gurion commissionò al comandante dell’Haganah a Tel Aviv, lo stesso anno, un piano per la conquista militare della Palestina in caso di ritiro britannico. Il Piano Elimelech, dal suo autore, passò alla storia come ‘Piano A’, in quanto venne poi modificato nel corso degli anni, fino a giungere alla sua forma finale, il ‘Piano D’ (“תוכנית ד’, Tokhnit dalet”). Già solamente il ‘Piano C’, o Gimel, varato a maggio del 1946, descriveva nel dettaglio ogni atto di ‘rappresaglia’ contro una possibile rivolta palestinese: “Uccidere la dirigenza politica palestinese […] Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini […] Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri […] Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi ecc […]”. Considerando quanto fosse vago e ampio il concetto di ‘ostilità’ utilizzato nelle schedature sioniste e quanto l’esecutivo fosse centrato nella figura di Ben Gurion, è possibile trovare un nesso causale tra questi piani e le operazioni che sarebbero avvenute nel 1948.

L’autore definisce la pulizia etnica come il “tentativo di rendere omogenea una nazione a etnia mista, espellendo un particolare gruppo di persone, trasformandole in profughi e demolendo poi le case dalle quali sono state cacciate. Ci può ben essere un master plan, ma la maggior parte delle truppe impegnate nella pulizia etnica non ha bisogno di ordini diretti: sa in anticipo cosa deve fare. I massacri accompagnano le operazioni, ma quando si verificano non fanno parte di un piano di genocidio: sono la chiave tattica per accelerare la fuga della popolazione destinata all’espulsione”. Partendo da questa descrizione, possiamo già individuare alcuni elementi rilevanti alla tesi di Pappé: in primo luogo, nonostante la pianificazione meticolosa sia riconosciuta, il contesto culturale generale assume una dimensione primaria, spiegando l’attivismo dei soldati anche in assenza di ordini espliciti; in secondo luogo, ai massacri non viene riconosciuta una dimensione genocidaria più ampia, restringendo il loro scopo alla pulizia etnica in sé. Tali fattori risulteranno cruciali nel comprendere la prospettiva d’insieme delle operazioni.

A partire dai primi di dicembre, appena i risultati della Risoluzione 181 UNGA divennero noti in Palestina, scoppiarono i primi scontri: i palestinesi protestarono devastando autobus e centri commerciali, mentre i sionisti risposero con attacchi a villaggi e quartieri arabi (tali da provocare l’esodo di 75.000 abitanti). In questa prima fase, l’esecutivo di Ben Gurion si atteneva al Piano C, utilizzando gli atti ostili palestinesi per legittimare la propria rappresaglia. Tuttavia, come nota Pappé analizzando le riunioni della Consulta, il successivo ritorno alla normalità del conflitto “pose un problema alla leadership sionista determinata a ridurre drasticamente, se non totalmente, il numero di arabi entro il futuro Stato ebraico”. Pertanto, avvenne una transizione dalle rappresaglie, ‘tagmul’, verso l’iniziativa, ‘yotzma’, ovvero incursioni violente nei villaggi palestinesi con demolizione di abitazioni ed esecuzioni sommarie. Rimane significativo per comprendere le modalità d’azione dell’esecutivo sionista, specie se in mancanza di prove documentali dirette, di come persino le operazioni ufficialmente non approvate venissero segnate da Ben Gurion, nel suo diario privato, come riuscite. Verso la fine di dicembre le incursioni nei villaggi divennero sempre più violente, con ordini ufficiali di “uccidere il maggior numero possibile di uomini e danneggiare le proprietà” per l’assalto al villaggio di Balad al-Shaykh il 31 dicembre 1947. Lo stesso giorno, secondo Pappé, partì ufficialmente la pulizia etnica della Palestina: il quartiere di Wadi Rushmiyya, presso Haifa, venne attaccato dall’Haganah, che ne espulse gli abitanti e distrusse le case. L’indomani si tenne un incontro nella residenza di Ben Gurion, cruciale non solo per il protocollo rimasto negli archivi, ma anche perché vennero fatti importanti passi in avanti nella rifinitura delle tattiche di ‘pulizia’, che divennero ora sistematiche all’interno dell’area che l’ONU aveva designato per lo Stato ebraico. Tra febbraio e marzo del 1948, quando i volontari dell’ALA, l’esercito di liberazione arabo, vennero surclassati e rimasero confinati nelle zone designate come arabe, fu possibile mettere a punto la strategia definitiva per la conquista e pulizia della Palestina. Il ‘Piano D’, ultima revisione dei programmi precedenti, prevedeva delle linee guida generali, indirizzate ai leader politici, e dei precisi ordini operativi, destinati ai comandanti militari. A livello territoriale puntava a “ottenere il controllo delle aree dello Stato ebraico e […] degli insediamenti ebraici collocati al di là dei confini”, compresi tutti i territori posti tra i confini definiti dall’ONU e “l’insediamento ebraico più isolato”, assieme ad altre “zone di sicurezza come aree-cuscinetto”. Sul piano operativo, “I villaggi dovevano essere completamente evacuati o perché si trovavano in luoghi strategici oppure perché poteva verificarsi una qualche forma di resistenza”, in un contesto in cui le incursioni violente, fondate sulla demolizione delle abitazioni (spesso con gli abitanti ancora dentro) e sulle esecuzioni sommarie, generavano sempre una reazione palestinese. In molti casi, nemmeno gli insediamenti palestinesi che avevano stretto dei patti di non-aggressione con i Kibbutz vicini o l’Haganah furono risparmiati dai massacri e dalle espulsioni. Se queste linee guida definivano già la natura sistematica delle operazioni di pulizia etnica, gli ordini destinati ai comandanti erano ben più precisi: la Palestina veniva divisa tra le dodici brigate dell’Haganah e in ogni zona era previsto un elenco di villaggi o quartieri da occupare e di cui espellerne gli abitanti, con tanto di scadenze temporali precise (non sempre rispettate pedissequamente). Nel mentre, i soldati non ricevevano soltanto le direttive dei propri comandanti, come Mordechai Maklef che ad Haifa ordinò di uccidere “ogni arabo che incontrate, [bruciare] ogni oggetto infiammabile e [buttare] giù le porte delle case con l’esplosivo”, ma erano sottoposti anche a ufficiali politici speciali che li incitavano demonizzando i palestinesi ed evocando lo spettro di un ‘secondo Olocausto’. Se consideriamo come tutti questi elementi si sommassero a decenni di indottrinamento sionista volto a disumanizzare gli arabi, non dovrebbe sorprendere l’enfasi con cui non solo vennero eseguiti gli ordini ma anche lo spirito d’iniziativa delle singole brigate.

Un ultimo elemento della pulizia etnica che conviene considerare è l’offensiva psicologica e il ruolo dei massacri in essa. Nel dibattito storico, come illustrato all’inizio, tali atti hanno portato alcuni studiosi a giudicare gli eventi del 1948 come parte di un disegno genocidario. Pappé evidenzia invece quanto massacri del calibro di Deir Yassin (100-170 vittime), Tantura (125-230 vittime) e Dawaymeh (455 vittime) furono strumentalizzati dalla leadership sionista per causare la fuga di massa di migliaia di palestinesi. Difatti, la guerra psicologica era stato un aspetto previsto fin dal principio delle operazioni di pulizia etnica, comparendo come ordini ufficiali operativi ai comandati e venendo realizzata tramite una moltitudine di mezzi: dalla radio agli altoparlanti, dalle voci sparse dagli infiltrati fino al terrore vero e proprio. L’ipotesi genocidaria è respinta saldamente dall’autore, evidenziando i massacri come “diretta conseguenza dell’odio e della vendetta, fomentati dai capi sullo sfondo di una direttiva generale per portare avanti la pulizia etnica”.

Come accennato in precedenza, le tesi esposte da Pappe hanno alimentato il dibattito accademico e incontrato non poche critiche. Fra gli elementi maggiormente contestati, i due punti fondamentali rimangono la questione della pianificazione, ovvero il Piano D come ‘masterplan’, e l’effettiva natura della pulizia etnica. Benny Morris sostiene che il Piano Dalet fosse “un progetto per garantire la sicurezza del nascente Stato ebraico e dei blocchi di insediamenti” al di fuori dei confini, in previsione dell’invasione degli eserciti arabi. Tuttavia, allo stesso tempo, non ritiene credibile che la leadership sionista “avesse mai preso la decisione di principio di metterlo in pratica”. Similmente, Arturo Marzano non sposa le ipotesi della pianificazione della pulizia etnica a causa della mancanza “di documentazione che dimostri l’adozione da parte di Ben-Gurion e del suo governo di un piano unico di espulsione”. La questione delle fonti primarie rimane dunque un punto fondamentale attorno alle critiche delle teorie di Pappé, fondate non solamente sulle fonti d’archivio (molte attualmente ri-secretate dal governo israeliano) ma anche sulla storia orale e le testimonianze di quanti erano vicini ai massimi decisori sionisti. Se è vero che non abbiamo un singolo vero ordine onnicomprensivo, firmato da Ben-Gurion, di deportare centinaia di migliaia di palestinesi, l’insieme degli elementi, contestuali o non, la realtà materiale sul campo e le premesse ideologiche del sionismo puntano decisamente verso tale direzione.

Saleh Abd al-Jawad critica profondamente questa concezione storica, in cui le prove per crimini di massa come lo sterminio o la pulizia etnica debbano essere necessariamente trovate in documenti d’archivio secretati, sostenendo piuttosto un approccio di “considerazione degli atti e dei fatti del senso comune”. Similmente, John Womack rammenta quanto la “mancanza degli ordini di Hitler per lo sterminio delle comunità ebraiche europee” non abbia fermato gli storici da giungere a tale conclusione unendo tutti gli elementi contestuali. In generale, critica Womack, “Noi [storici] abbiamo un’idea pietosamente limitata e infantile di come agiscano i ‘capi di stato’, quasi come se non lo volessimo sapere. Nemmeno il Generale Pinochet […] disse “uccideteli”. Il vero ordine politico di uccidere o terminare la presenza di un gruppo nazionale avviene sempre tramite eufemismo”. In tal senso, vi sono numerose prove di quanto Ben-Gurion ci tenesse a non lasciare prove dirette della sua partecipazione nella pulizia etnica: lo stesso Benny Morris riportava quanto “uno dei segni distintivi della grandezza di Ben-Gurion era che sapeva cosa dire e non dire in determinate circostanze; ciò che era permesso riportare per iscritto e cosa era preferibile trasmettere oralmente o tramite indizi”. Persino il biografo (‘adorante’ aggiunge Nur Masalha) di Ben-Gurion, Michael Bar-Zohar, riporta questo aspetto: “Nelle discussioni interne, nelle direttive alla sua gente, il “Vecchio” mostrava una posizione chiara: era preferibile che il minor numero possibile di arabi rimanesse entro l’area dello Stato”. Per quanto riguarda la questione degli ordini diretti, sia Marzano che Morris riportano casi (talvolta contraddicendo le loro stesse tesi per giunta) della comunicazione indiretta del leader sionista: “Il Primo ministro non emette suoni, ma si limita a un gesto della mano, dal basso verso l’alto, fino a dietro le spalle… Al giovane colonnello non serve altro: ha capito immediatamente. Gli arabi di Lidda, a partire dal 1948, vengono dispersi nei vari campi profughi di Giordania e Palestina”. Similmente, “il comandante Moshe Carmel emanò un ordine di espulsione […] subito dopo la visita di Ben-Gurion. Non c’è alcun dubbio nella mia mente che quest’ordine sia provenuto da [lui]”.

Al fronte di queste prove, la classica narrazione secondo la quale i palestinesi siano ‘fuggiti volontariamente’ oppure siano stati allontanati a causa delle ‘necessità di guerra’ non regge. Per giungere a tali conclusioni si dovrebbe omettere completamente il contesto del 1948, la storia del sionismo in Palestina e le dinamiche strutturali del colonialismo di insediamento. Pertanto, seppur in mancanza di molti documenti primari, non è errato concludere come le espulsioni forzate di massa siano avvenute secondo la volontà e il disegno dei vertici dell’Agenzia Ebraica. Tali concetti furono trasmessi dalla leadership fino alle singole unità dell’esercito o, nelle parole di Morris, nel 1948 “l’idea del trasferimento [della popolazione] è nell’aria. […] Il corpo degli ufficiali comprende quanto sia loro richiesto. Sotto a Ben-Gurion, un consenso sul trasferimento viene formato”. Ritornando alla definizione di partenza, abbiamo potuto osservare tutti gli elementi necessari per la definizione di pulizia etnica: espulsioni con funzione di omogeneizzazione etnica, pianificazione, legittimazione culturale e massacri. 

Negli ultimi capitoli del suo saggio, Ilan Pappé evidenzia l’attualità del concetto di pulizia etnica nella politica israeliana moderna, sottolineando quanto le preoccupazioni per l’equilibrio demografico (ovvero la supremazia etnica ebraica) agitino ancora sia i decisori che l’elettorato. La presenza politica della minoranza palestinese con cittadinanza israeliana e le sue richieste di pieni diritti, ovvero la lotta contro l’apartheid interno d’Israele, hanno generato nel corso del tempo sempre più richiami verso l’idea del trasferimento forzato. Attualmente, tali concetti sono pienamente sdoganati e accettati, in un clima di estremismo politico sempre più pressante. Nella sua analisi della società israeliana, Pappé utilizza la Nakba come elemento centrale dell’immaginario sionista, fonte eterna di insicurezza psicologica collettiva. Difatti, se la catastrofe palestinese aveva accompagnato silenziosamente l’intero processo di pace di Oslo, essendone esclusa dagli accordi del 1993 e le revisioni seguenti, nondimeno ne decretò la fine: “la Nakba era stata così efficacemente tenuta fuori dall’agenda del processo di pace che quando essa improvvisamente comparve sulla scena di Camp David, la sensazione degli israeliani fu come se il vaso di Pandora si fosse aperto davanti a loro”. La profonda paura generata dal riaffiorare degli eventi del 1948 impedisce di riconoscere i palestinesi come vittime, in quanto comporterebbe la messa in discussione della legittimità morale del sionismo stesso. Eppure, è proprio questa mancanza fondamentale a costituire il maggiore ostacolo alla pace: per i palestinesi “è divenuta una condizione sine qua non, di essere riconosciuti come le vittime di un male in corso [enfasi sul concetto di ongoing Nakba] coscientemente perpetrato contro di loro da Israele”. In ultima analisi, il saggio contribuisce sostanzialmente al dibattito sul tema, ripensandolo nei termini della pulizia etnica e unendo alle fonti d’archivio israeliane la storia orale palestinese. Il contributo di Pappé risulta quanto più fondamentale nello scenario attuale, fornendo un prezioso paradigma con cui interpretare la realtà del conflitto. Dopotutto, secondo le parole dell’autore, “l’ideologia che ha reso possibile spopolare la Palestina di metà della popolazione nativa nel 1948 è ancora operante e continua a guidare l’inesorabile, talora impercettibile, pulizia etnica nei confronti dei palestinesi che oggi vivono lì”.

Bibliografia

Abboushi, W. F. (1977). The Road to Rebellion Arab Palestine in the 1930’s. Journal of Palestine Studies, 6(3), 23–46. https://doi.org/10.2307/2535578

Bar-Zohar, M. (1977). Ben Gurion: A Political Biography. Am-Oved.

Bein, A. (1939). The Mozkin Book. Jerusalem.

Docker, J. (2012). Instrumentalising the Holocaust: Israel, Settler-Colonialism, Genocide (Creating a Conversation between Raphaël Lemkin and Ilan Pappé). Holy Land Studies, 11(1), 1–32. https://doi.org/10.3366/hls.2012.0027

Granott, A. (1952). The Land System in Palestine. History and Structure. Eyre & Spottiswoode.

Hanieh, A. (2001). The Camp David Papers. Journal of Palestine Studies, 30(2), 75–97. https://doi.org/10.1525/jps.2001.30.2.75

Hughes, M. (2015). Terror in Galilee: British-Jewish Collaboration and the Special Night Squads in Palestine during the Arab Revolt, 1938–39. The Journal of Imperial and Commonwealth History, 43(4), 590–610. https://doi.org/10.1080/03086534.2015.1083220

Jawad, S. A. (2016). Colonial Anthropology: The Haganah Village Intelligence Archives. Jerusalem Quarterly, 68. Institute for Palestine Studies.

Khalidi, R. (2025). Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza. Editori Laterza.

Khalidi, W. (1988). Plan Dalet: Master Plan for the Conquest of Palestine. Journal of Palestine Studies, 18(1), 4–33.

Marzano, A. (2025). Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti. Il Mulino.

Masalha, N. (1991). A Critique of Benny Morris. Journal of Palestine Studies, 21(1), 90–97. https://doi.org/10.1525/jps.1991.21.1.00p0067z

Masalha, N. (1992). Expulsion of the Palestinians: The Concept of ‘Transfer’ in Zionist Political Thought, 1882-1984. Institute of Palestine Studies.

Morris, B. (1989, May 9). The New History and the Old Propagandists. Ha’Aretz.

Morris, B. (2004b). The birth of the Palestinian refugee problem revisited. Cambridge University Press.

Morris, B. (2008). 1948 : A history of the first Arab-Israeli war. Yale University Press.

Pappe, I. (2015). La pulizia etnica della palestina. Fazi Editore.

Rouhana, N. N., & Sultany, N. (2003). Redrawing the Boundaries of Citizenship: Israel’s New Hegemony. Journal of Palestine Studies, 33(1), 5–22. https://doi.org/10.1525/jps.2003.33.1.5

Shaw, M., & Bartov, O. (2010). The question of genocide in Palestine, 1948: An exchange between Martin Shaw and Omer Bartov. Journal of Genocide Research, 12(3–4), 243–259. https://doi.org/10.1080/14623528.2010.529698

Swedenburg, T. (2003). Memories of Revolt: The 1936–1939 Rebellion and the Palestinian National Past. University of Arkansas Press.

Veracini, L. (2024). Settler Colonialism: A Theoretical Overview. Springer Nature.

Warshawski, M. (2002). Israele-Palestina. La sfida binazionale. Un «sogno andaluso» del XXI secolo. Sapere2000.

Sitografia

Hazkani, S., & Tamir Sorek. (2025, May 28). Yes to transfer: 82% Of Jewish Israelis back expelling Gazans. Haaretz.Com; Haaretz. https://www.haaretz.com/israel-news/2025-05-28/ty-article-magazine/.premium/yes-to-transfer-82-of-jewish-israelis-back-expelling-gazans/00000197-12a4-df22-a9d7-9ef6af930000

Ismail, A. (n.d.). Palestine Royal Commission (“Peel Commission”) – UK report/Non-UN document [Review of Palestine Royal Commission (“Peel Commission”) – UK report/Non-UN document]. Question of Palestine. https://www.un.org/unispal/document/auto-insert-196150/

Morris, B. (2004a, January 11). Survival of the fittest, an interview with Benny Morris (A. Shavit, Interviewer) [Interview]. In Ha’Aretz. https://web.archive.org/web/20210905113719/http://www.logosjournal.com/morris.htm

Secretary-General, U., & Council, L. N. (1947). Text of Mandate [for Palestine] :: Note /: By the Secretary-General [Review of Text of Mandate [for Palestine] :: Note /: By the Secretary-General]. Digitallibrary.Un.Org. https://digitallibrary.un.org/record/829707?v=pdf

Yes to Transfer: 82% Of Jewish Israelis Back Expelling Gazans – Aurdip. (2025, May 29). Aurdip.Org. https://aurdip.org/en/yes-to-transfer-82-of-jewish-israelis-back-expelling-gazans/

Leave a Reply

Thank you for your answer!